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Senza futuro
Nicola Lusuardi


Prima di tutto eliminando completamente gli “obblighi di trasmissione” di prodotto europeo indipendente recente nelle fasce orarie di massimo ascolto, poi esplicitando la totale discrezionalità, sempre in merito alla recente produzione europea indipendente, delle quote di investimento (la dicitura “quota adeguata” è infatti liberamente interpretabile).
Il decreto elimina poi tutti gli obblighi specifici riguardo al cinema italiano, al documentario, al cartone animato, ri­mandandone la definizione a un ulteriore decreto da promulgarsi congiuntamente dai Ministeri dell’Industria e del­la Cultura a nove mesi dalla promulgazione del presente. Oltre a questo indica nel 10% dei ricavi la quota di investimento, apparentemente anche quelle della Rai che però sarebbero incongruamente ristabilite al 15 dall’intatto articolo 45 della Legge Gasparri così come dalle linee guida per il Contratto di Servizio. In realtà questo pasticcio sembra tradire la fretta di ridurre progressivamente le quote di investimento, un tentativo che era stato fatto in una prima bozza poi superata del decreto, dove il 10% di obblighi di in­vestimento veniva riferito invece che ai ricavi complessivi al “budget di programmazione”, parametro decisamente inferiore e di incerta verificabilità. Tentativo poi “sventato” grazie all’allarme sollevato dalle associazioni e dai sindacati.
Inoltre il decreto cancella i diritti residuali che la normativa europea, lentamente recepita da un regolamento AGCOM solo nel 2009, assegnerebbe alla libera negoziazione tra network e produttori.
Infine non una parola su Sky, né sull’universo digitale, su qualunque piattaforma esso sia, comprese iptv, web tv, catch-up tv o qualunque altra l’evoluzione dei media abbia proposto o stia per proporre al mercato.
L’insieme di questi provvedimenti da una parte svuota di senso la legge Gasparri che recepiva la precedente 122 e dall’altra rinuncia a pensare una qualunque politica economica e culturale che metta il paese in condizione di affrontare la complessità della rivoluzione in corso.

Vediamo perché.
La Legge 122 nasceva durante il primo governo Prodi dal tardo recepimento di una normativa europea, detta “Televisione senza frontiere”, promulgata nel 1989 e aggiornata nel 1997. Questa legge, similmente a quanto era accaduto e stava accadendo nel resto d’Europa, aveva l’obbiettivo di favorire la nascita o il rafforzamento dell’industria audiovisiva nazionale. Questo perché nessuna politica attenta ai grandi movimenti della storia può trascurare l’importanza strategica dell’industria audiovisiva, sia sul piano economico, dato che per la prima volta l’inizio di questo millennio ha visto la ricchezza generata da beni immateriali superare quella generata dai beni materiali (ossia, banalizzando molto, producono più ricchezza le serie tv delle automobili), sia sul piano politico e culturale dato che l’industria au­diovisiva produce immaginario e in esso elabora, afferma o critica pensieri, valori e attese. Così come gli Stati Uniti hanno affermato la propria egemonia culturale anche e soprattutto attraverso i media, così l’Europa sa che il mondo per essere libero ha bi­sogno di pluralità e differenza, di pensiero e di immaginario.
La Legge 122 accoglieva questa necessità obbiettiva e altamente responsabile in modo imperfetto ma coerente introducendo alcuni automatismi ba­sati sul principio che i grandi distributori di contenuti audiovisivi, Rai e Mediaset prima di tutto, l’una in quanto servizio pubblico, l’altra in quanto concessionaria di un bene pubblico (le frequenze), dovessero trasmettere e reinvestire una parte dei loro profitti nella ricerca di prodotto strategico per il paese. Cinema, fiction, documentario. Strategico da un punto di vista economico, dato che quel prodotto produceva e produce una ricchezza superiore agli investimenti che richiede e strategico da un punto di vista culturale, dato che nessuno può sensatamente pensare che una qualunque nazione rinunci a elaborare un proprio immaginario e si lasci semplicemente colonizzare da un immaginario straniero senza esplorare la propria realtà né i propri assetti valoriali. Senza provare a dialogare con essi.
La 122 non era e non è mai stata dunque una legge “assistenzialista”, non ha obbligato nessuno a gesti di gratuito mecenatismo, non ha sperperato denaro pubblico. Ha funzionato come tutte le buone leggi che vengono da un progetto politico ed economico perché ha favorito la nascita di un’industria (una quasi industria, in realtà) che prima non c’era, ha creato professionalità e posti di lavoro, ha generato per i network enormi incassi pubblicitari. Essa appartiene al novero delle leggi di “investimento” e non di quelle di “tutela”, appartiene al tipo di provvedimento col quale una nazione, o l’insieme delle nazioni, potrebbe decidere di de­stinare ingenti risorse pubbliche per esempio all’ecologia, ritenendo che questo in futuro produrrà una ricchezza e un benessere maggiori degli investimenti che richiede.





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