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Ho sposato uno sbirro. Parlano autori ed editor RAI
a cura di Script

Quanto I Cesaroni doveva essere nelle intenzioni iniziali un prodotto innovativo, ai limiti del dirompente – e in parte lo è stato – tanto Ho sposato uno sbirro ha perseguito fin dall’inizio un più tranquillo territorio main stream. Ma chi l’ha detto che la qualità è sempre figlia dell’innovazione e che il frequentare in modo efficace e non superficiale un genere consolidato, ripercorrendolo con abilità e leggerezza, non sia cosa di pari livello? Anzi, come si sa, certi tentativi di innovazione espongono a molti rischi finendo, in alcuni momenti, per trascurare quel livello minimo di consapevolezza linguistica al di sotto del quale non si può neanche essere oggetto di discussione.
Per tornare invece allo Sbirro crediamo che l’aver utilizzato, a ottimi livelli in ogni reparto, lo statuto del proprio genere di appartenenza – la commedia sentimentale contaminata col giallo – ne abbia fatto un prodotto non innovativo ma di qualità. Anche grazie a un concept, nella sua semplicità, di una potenza non ancora dispiegata a pieno in questa prima stagione. Mettere in scena come protagonisti due tipici prodotti dell’Italia matriarcale, un bamboccione emotivamente immaturo e una figlia unica viziata e mamma-dipendente è già un centrare due archetipi dell’italianità contemporanea. Se a questo aggiungiamo la minaccia incombente di un’antagonista comune ai due, caratterizzata da una sensualità prorompente, vediamo agire un altro topos della mentalità maschile cattolico-italiana: la scissione dell’immagine sessuale femminile dimidiata tra quella della santa e quella della puttana. Se tutto questo è trattato in modo non corrivo né complice, ma al contrario con uno sguardo, comprensivo sì ma non privo di una sottile, e a volte acuta ironia, ecco che abbiamo in campo molti ingredienti per un prodotto capace di coinvolgere un pubblico vasto usando un linguaggio drammaturgico e televisivo di cui non ci si debba vergognare. Ci auguriamo quindi che la seconda serie mantenga ciò che promette non allontanandosi dal nodo tensivo principale: il conflitto interno ai due protagonisti tesi alla propria crescita, tra essere, voler essere e dover essere. (d. a.)

Su Ho sposato uno sbirro – firmata come soggetto di serie da Mauro Graiani, Mario Ruggeri e Carlo Mazzotta – andata in onda su Rai uno nella primavera 2008, abbiamo chiesto le testimonianze degli editor Rai che hanno seguito nascita e sviluppo del progetto, del creatore iniziale del concept e del coautore nonché headwriter della serie.

Lavorare in team
di Lorenza Bizzarri e Francesca Tura (delegate RAI)

Nascita della serie
Il progetto nasce dalla volontà di creare una serie utilizzando un genere poco sfruttato nella fiction italiana, quello della commedia sentimentale e pensando ad un concept creato su misura per un attore con grandi doti di commedia e di tenerezza come Flavio Insinna.





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