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I Cesaroni. Parlano autori, produttori, editor e dirigenze RTI
a cura di Giovanna Guidonia cura di Uski Audino

Esagerato, semplicistico, farsesco. O al contrario; divertente, gradevole, simpatico. Che la si voglia leggere come un’ennesima debacle del pubblico italiano, oppure come una serie capace di rappresentare un’urgenza di quel pubblico in un modo che altri programmi non sono riusciti a fare, una cosa salta agli occhi: I Cesaroni hanno fatto parlare di sé e il successo che hanno avuto – a nostro parere – merita di essere interrogato.
Da un lato ci sono gli ingredienti che hanno messo in campo. I Cesaroni hanno riportato in auge il genere della commedia pura in televisione, con poche concessioni al melò e nessuna al giallo. Per una volta un successo diverso dal consueto “fritto misto all’italiana”. A giochi fatti, avventurandosi in una riflessione a posteriori, per I Cesaroni si potrebbero scomodare antesignani nobili. Una tradizione comica che parte dal teatro di Menandro, che attraversa la commedia degli errori di Plauto, che occhieggia da lontano alla commedia all’italiana… un po’ annacquata, in versione “family”. In fondo non è una novità che siamo impelagati in un periodo di incertezza, dove il fattore economico viene a trovarsi al centro degli interessi vitali di ognuno a scapito di un interesse valoriale verso la comunità che ci comprende. Non è quindi una grossa forzatura rinvenire nella drammaturgia de I Cesaroni alcuni tratti che hanno caratterizzato la Commedia Nuova, nella Grecia del III secolo a. C. Leggiamo infatti cosa scrive lo storico Dario Del Corno a proposito di quella Commedia in cui: “il diminuito interesse per la cosa pubblica e l’aspirazione a rinvenire un microcosmo dove sia salvaguardata almeno la stabilità degli affetti, fanno scoprire il valore della famiglia e della donna che ne è il centro di coesione. (…) Il rapporto tra padri e figli si fa più intenso sebbene più problematico. (…) E i personaggi della commedia agiscono nel chiuso di vicende familiari e personali che riproducono la realtà degli spettatori nella varietà degli accidenti e dei loro sentimenti ma con una fondamentale differenza: gli episodi del mondo esterno possono incrinare questo universo domestico ma non distruggerlo. L’imprevisto e il caso giocano con le sorti dell’uomo ma nell’obbligo del lieto fine. I personaggi non vivono la stessa esistenza del loro pubblico ma quella che esso vorrebbe vivere. Una commedia che esorcizza il disorientamento attraverso un paesaggio incantato di riparazioni e di promesse (…)”1. Straordinario, no? In compenso se questa descrizione ci appare calzante per I Cesaroni, è pur vero che testimonia una totale mancanza di spazio per un’istanza critica, e ben poco per quel cinismo che per l’appunto ha reso grande la Commedia all’Italiana. Con molta modestia, ci permettiamo una considerazione: interpretare una forte esigenza del pubblico, e farlo anche in maniera “titolata”, è quello che ha reso – secondo noi – I Cesaroni un prodotto forte e dignitoso; di contro, l’abilità mostrata dagli autori a mantenere la serie all’interno dei perimetri di una tradizione ben consolidata, l’opportunità e la scelta di andare sul sicuro, alla lunga potrebbe portare con sé il rischio della ripetizione, il fantasma di una televisione che non riesce ad essere realmente innovativa e a creare immaginari inediti. La cura proposta quest’anno – nella seconda serie – è stata una soggettazione sempre più al limite, sempre più caricata. Ci auguriamo che l’anno prossimo si scompaginino un po’ le carte e il genere sia capace di rinnovarsi dall’interno e non solo negli “argomenti”.
Passando ad altro, più ancora che questi elementi, a incuriosirci è stata la genesi di questa serie. Il modus operandi della sua scrittura e le dinamiche produttive che l’hanno posta in essere. Di nuovo, a giudicare a posteriori sulla base dei risultati ottenuti, la co-autorialità condivisa da autori, produttori e rete nella scrittura della fiction, sembra un caso felice “che non pone problemi di verosimiglianza neppure rispetto alle artificiose coincidenze tra le varie linee dell’intreccio”2, “un paesaggio incantato di riparazioni e di promesse” appunto, come la fabula che I Cesaroni nel complesso hanno messo in scena.
Ma può questa fabula diventare paradigmatica della maniera di produrre fiction in Italia? O a sua volta non rappresenta un’aspirazione atta in realtà a esorcizzare un disorientamento?
Come altri successi televisivi italiani anche I Cesaroni è un adattamento di un format straniero, e questo ci ha portato a riflettere sulla vis creativa nostrana: non siamo capaci di autonomia creativa? Sappiamo solo copiare?
Benedetta Fabbri, responsabile editoriale di Publispei, ci ha fornito una chiave di lettura interessante: “adattare un format aiuta a difendere l’identità editoriale di una serie di fronte alla rete”. E le parole degli sceneggiatori, degli headwriter, dei produttori RTI che hanno lavorato allo sviluppo della prima e della seconda serie, hanno confermato questa visione. In Italia per non tradire l’identità di una serie, per non uscire dai paletti, l’unica è confrontarsi con qualcosa di esistente. Un obbiettivo comune in Italia – a quanto pare – si può raggiungere solo a condizione che questo obbiettivo in qualche modo sussista già, e sia lui e le sue linee guida il discrimine super partes. Tutto normale? Date le premesse del nostro sistema televisivo, sì. I Cesaroni, prima ancora che offrire un modello di scrittura, hanno portato alla luce in maniera netta una caratteristica tipicamente italiana nel modo di produzione dell’audiovisivo: il network che assume su di sé il ruolo del producer condividendo del progetto, fin dagli esordi, anche la paternità creativa. Questa condivisione ha avuto i suoi vantaggi, riuscendo a imprimere compattezza e coerenza dallo sviluppo alla messa in scena, e i suoi svantaggi, essendo stata eliminata la dialettica, a nostro parere proficua, tra “la natura conservatrice della rete e la natura innovatrice della produzione”.

1. Dario del Corno, Letteratura greca, Principato Editore,1995,
2. Ibidem





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