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Fiction quotidiana. Narrativa seriale e addomesticamento del mondo
Paolo Jedlowski

NARRATIVA SERIALE
A lungo germinata nel corso della modernità, la narrativa seriale è la forma narrativa oggi più diffusa nella contemporaneità. Risponde innanzitutto a esigenze produttive: razionalizza costi e programmazioni. Come scrive Brancato parlando della fiction seriale in televisione, “risolve le politiche di palinsesto, perché è una macchina in grado di ri-generarsi”1. Ma la narrativa seriale non è presente solo nella televisione. La maggior parte dei fumetti è seriale. Sono seriali certi romanzi e persino certi film. La serialità genera riconoscibilità e promuove affezione. Consente giochi di rimandi, citazioni, riprese, costruisce una memoria autoreferenziale: con la televisione, e in particolare con la “neotelevisione”, ha indubbiamente un’affinità elettiva.
Nonostante il termine sia intuitivo, definire la narrativa seriale però non è semplice. Il modello si scompone in diverse varianti: storie a puntate, serie, miniserie, serial, soap opere, sit-com e così via. Personalmente, ritengo seriale in senso proprio la narrativa in cui diversi episodi non si collegano tanto come momenti successivi di uno stesso racconto, quanto come riprese della stessa situazione di partenza – cast di personaggi, ambientazioni – che viene mano a mano esplorata nelle sue diverse possibilità, come un ventaglio di variazioni sul tema. La definizione, in ogni caso, ha ampi margini di arbitrarietà. La narrativa seriale gioca spesso a ribaltare i propri stessi schemi.
Ciò che la caratterizza è comunque un’apertura specifica: è seriale la narrativa che non scrive la parola “fine”. O almeno dove la fine è provvisoria: in essa il racconto non si conchiude. E il tempo – in un certo senso e pur con le dovute eccezioni – non passa: i personaggi di base hanno infinite esperienze, ma è quasi come se l’esperienza non la maturassero: non invecchiano, o invecchiano poco; di norma imparano poco da quel che è accaduto nell’episodio precedente. E non muoiono.
Si potrebbe ipotizzare che, in questo senso, la narrativa seriale corrisponda a ciò che autori come Simmel o come Benjamin dicevano della vita quotidiana moderna: che tipicamente consente una moltitudine di esperienze slegate, quasi come avventure, che non si collegano però fra di loro, non danno luogo al sedimentarsi di un’esperienza come patrimonio.
Ma non è esattamente così. La narrativa seriale ha stretti rapporti con la quotidianità, ma non nel senso di una sua duplicazione, bensì in quello di una compensazione e, almeno in parte, di una elaborazione di quanto ci accade. Più esattamente, contribuisce ai nostri processi di addomesticamento del mondo.
Addomesticare il mondo significa rendercelo familiare. È ciò che ogni forma narrativa contribuisce a produrre. Trasformare in noto l’ignoto. Gestire l’inquietudine dell’indeterminazione. La vita quotidiana è il luogo per eccellenza dell’addomesticamento (per svolgere le nostre faccende, dobbiamo far sì che il nostro habitat non ci appaia un mistero). Questo però è un lavorìo interminabile. La vertigine del dubbio, del mistero alle porte, è sempre in agguato: la vita quotidiana è in bilico fra inquietudine e rassicurazione. È in questa dinamica che si insinua la narrativa seriale 2.
Ciò riguarda in particolare due aspetti dell’esistenza moderna: il rapporto col tempo e quello con il prossimo anonimo.
TEMPO SERIALE
Non c’è dubbio che la narrativa abbia a che fare col tempo. A qualificare un discorso come narrativo è, per i narratologi, proprio questo rapporto. Come scrive Prince: “la narrativa può essere definita come rappresentazione di avvenimenti e situazioni reali o immaginari in una sequenza temporale”3. È lo stesso per i filosofi. Per Ricoeur, ciò che fa di un discorso un racconto è il fatto che esista una trama, cioè una configurazione di nessi fra gli oggetti narrati, ma questa corrisponde esattamente a una soluzione dei problemi che il tempo ci pone4. Questi ultimi consistono nel paradosso per cui ciò che “c’è” è solamente il presente, e tuttavia noi sappiamo che “c’è stato” anche un passato e che “ci sarà” anche un futuro, pur potendo disporre della loro nozione soltanto nel presente della memoria e nel presente dell’attesa. I racconti risolvono il paradosso attraverso quella che Ricoeur chiama una “concordanza discordante”, cioè producendo rappresentazioni che avvicinano e raccordano nel tempo narrato ciò che è distante e discorde nel tempo vissuto. Raccontare significa dunque costruire un intreccio che permette al soggetto di ri-figurarsi lo svolgimento della vita nel tempo e così, in una certa misura, di padroneggiarlo. L’irreversibilità dello scorrere della vita nel tempo è elaborata attraverso la capacità di connettere ciò che il tempo separa.





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