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Editoriale N. 44/45 - Le cose di cui non si può parlare
a cura di Dino Audino

Da molti anni “Script” si occupa di racconto audiovisivo, lo fa parlando di sceneggiatura e invitando alla discussione tutti coloro che per professione (o per passione) di sceneggiature si occupano perché le scrivono, le revisionano, le selezionano, le correggono o le mettono in scena.
Non tutti però rispondono all’invito. Anzi pochi lo fanno. E la ragione per cui pochi lo fanno è che nel mondo di quanti esercitano le professioni intellettuali e creative del racconto audiovisivo sono in vigore due atteggiamenti opposti e inconciliabili. Uno molto diffuso, l’altro decisamente meno.

L’atteggiamento più diffuso è quello di quanti ritengono sia sostanzialmente impossibile oltre che inutile parlare di tecnica (ossia degli strumenti per la produzione di una narrativa emozionalmente efficace) e del rapporto tra tecnica e semantica (ossia delle determinazioni di senso che focalizzano l’etica e la poetica di un racconto).
Costoro in qualche modo considerano ingenuo – dell’ingenuità dei semplici e poco avveduti – sottoporre il lavoro narrativo a un “discorso” analitico e critico che tenti di verificare l’esistenza di regole e di intercettarne le più silenziose e imprevedibili, rendendo almeno in parte “dicibile” la connessione tra queste regole e la produzione di senso del testo. Ossia cerchino di intercettare l’invarianza per apprezzare i luoghi e le sorprese della differenza. E con essi acuiscano il patrimonio di sensibilità e la consapevolezza (tecnico-estetica) del lavoro di invenzione e organizzazione del racconto.

Dall’altra parte si schierano invece quanti ritengono che di tutto questo, si possa, anzi si debba parlare.
Noi siamo tra loro. E siccome ci piace parlarne, prima di raccontare di che cosa cercheremo di parlare da ora in avanti in questo e nei prossimi numeri della rivista e del perché, vorremmo parlare brevemente delle ragioni e dei presupposti sottesi alla scelta di parlare o non parlare (sì… è anche un gioco di parole).
Chi come noi sceglie di rompere il muro dell’omertà e di parlare, uscendo così dall’esoterismo dell’“ineffabile” (notoriamente figlio di un maldigerito crocianesimo) di cui secondo alcuni si compone la materia profonda dell’ispirazione artistica, lo fa consapevole che parlando – ossia interpretando e analizzando – si corrono molti e gravi rischi. Si corre il rischio di sbagliare le proprie analisi e interpretazioni, di affermare cose che poi si riveleranno non vere o non del tutto efficaci alla luce di nuove e migliori ricognizioni (un po’ come in tutte le scienze umane); si corre il rischio di affezionarsi alle tesi e teorie che nell’analisi si vengono formando e, nella temperie di una discussione accesa, si corre anche il rischio di ideologizzare quelle teorie che invece “ideologia” non sono e per questo hanno bisogno di esser lasciate leggere, giocose… ed eternamente riformabili.





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