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Editoriale N. 43 - La serialitĂ  degli americani e la nostra, una rivoluzione copernicana
a cura di Script

Per la prima volta da molti anni il telefilm americano è tornato a occupare gli spazi più pregiati del palinsesto, il prime time delle reti ammiraglie. Mentre scriviamo, da un paio di settimane House MD vince la prima serata battendo la formidabile Isola dei Famosi. Una fidelizzazione che procede speditamente anche all’interno di nicchie meno vistose, se pensiamo che persino serie non certo di concezione particolarmente pregiata e innovativa come NCIS ottengono regolarmente share sempre più insidiosi per il prodotto nazionale. Ormai se ne sono accorti tutti (qualcuno con un po’ di ritardo, ma pazienza), non solo gli appassionati e la critica televisiva, ma persino certa più burbanzosa critica cinematografica. Nei giorni scorsi, durante la Festa del Cinema di Roma, un noto critico, presentando una serata dedicata a Joel Surnow, creatore di 24, ha affermato che ormai sempre più spesso è la nuova serialità americana a offrirci quell’innovazione formale e contenutistica, quella capacità di intercettare il contemporaneo e di raccontarlo che il cinema sembra aver in parte smarrito.
Come i nostri lettori sanno sosteniamo questa tesi da molto tempo e la sottoscriviamo con forza, ma non ci basta. Colpisce infatti in questo nuovo unanimismo (talvolta un po’ parvenu) che anche gli osservatori che si presumono più informati e competenti sembrino imputare la strepitosa impennata qualitativa della televisione americana al semplice e spontaneo darsi di prodigiosi talenti. E ne deducono che se il prodotto italiano risulta nel complesso molto più arretrato e deludente, questo sia semplicemente da attribuire all’incapacità e alla pochezza creativa degli autori di casa nostra.
Non c’è dubbio, gli autori delle serie che abbiamo citato e di molte altre che per bellezza, qualità formale e intelligenza narrativa dovremmo citare, sono artisti e professionisti di talento e competenze assolutamente straordinarie. Li amiamo, li ammiriamo e studiamo da tempo il loro lavoro. Ma proprio per questo sappiamo che quel lavoro non sarebbe possibile se tutto un sistema editoriale e produttivo non fosse organizzato al fine di permetterlo e valorizzarlo. In altre parole, stupisce che nessuno tra quelli che in Italia osservano e commentano il prodotto televisivo sia abbastanza informato da collocare la critica del prodotto all’interno di un’analisi del sistema produttivo.

Gli Stati Uniti sono un mercato molto competitivo. Quattro network generalisti (CBS, NBC, ABC e FOX) e diverse reti cable (le più famose sono HBO, FX e SHOWTIME) si contendono il pubblico e lo vanno a cercare in tutte le nicchie di qualche interesse commerciale. Per conquistarselo cercano, com’è naturale, di stupirlo e appassionarlo.
Stupirlo con la novità e appassionarlo con la qualità prima di tutto narrativa e quindi visiva e produttiva.
Per ottenere la novità gli editori della televisione americana fanno un lavoro intenso e regolare di scouting di idee e autori. Il processo è noto. L’anno produttivo è scandito in fasi precise. Si raccolgono tutti i pitch. Si sceglie quali sviluppare nella sceneggiatura di un primo episodio, poi si sceglie quali tra queste sceneggiature deve diventare una puntata pilota. Quando tutti i piloti sono prodotti, si sceglie – assieme ai pubblicitari – quali sono i più promettenti e si sviluppa la serie. 13 episodi che, se i primi in onda funzionano bene, diventano 22 per coprire l’intera stagione. Si tratta di un imbuto, tante idee per arrivare a un numero relativamente ridotto di nuove serie per ogni stagione. Il mestiere che fanno gli editori è dunque prima di tutto cercare e scegliere, sperando di intuire, tra le nuove idee e i nuovi talenti, quei progetti che sapranno intercettare i bisogni ancora inespressi del pubblico.
Una volta scelta la novità, gli editori sono poi giustamente preoccupati di salvaguardare la qualità futura di quei loro nuovi prodotti. E salvaguardare la qualità significa prima di tutto garantire che l’idea narrativa e quella formale siano preservate nella loro precisa identità, si diano cioè con tutta la chiarezza, l’efficacia e l’unicità che a loro editori è piaciuta. Per la quale hanno deciso di investire il loro denaro in questo piuttosto che in altro.
Qui viene la parte che segna forse la differenza maggiore tra la cultura produttiva della televisione statunitense e di quella italiana. L’editore che sceglie un’idea infatti negli Stati Uniti esige che l’autore gli dia (a lui editore) esattamente ciò che gli ha venduto. Per questo si preoccupa che l’autore sia in condizione di realizzare al meglio ed esattamente il proprio show. E per questo quando l’autore mostra di non essere in grado, si cambia autore, si cambia progetto, si passa ad altro. Una cosa che succede. Perché il nostro mestiere è fatto anche così.
Negli Stati Uniti, l’eccellenza di questi ultimi anni la si è ottenuta affidando la responsabilità artistica e produttiva delle opere scelte e volute dai network ai loro autori. Che in questo caso sono quasi sempre, per lo più, sceneggiatori. Headwriter, show runner ed executive producer, così gli autori vengono investiti di prerogative e responsabilità decisive. A loro spetta l’ultima parola. A loro la responsabilità che la pagina scritta sia buona e che la produzione la metta in scena nel modo migliore e più perspicuo. A loro il magico potere che chiamiamo final cut. E questo perché se io editore ho scovato un Picasso e mi piace da morire l’idea visiva e la rivoluzione estetica espressa dall’opera del mio Picasso e scommetto che Picasso diventerà un brand che mi farà fare un sacco di soldi, io voglio che ogni quadro di Picasso sia un Picasso. Ma siccome solo Picasso sa come si fa un Picasso o può trovare le persone col talento giusto per imparare a farne uno, io farò di tutto perché Picasso sia totalmente responsabile dei Picasso che mi servono. Questo è il principio: che il mio autore sia o no un genio, io editore ho scommesso sull’identità della sua idea, sullo specifico del suo stile, sul mood e sul fascino del suo sguardo. Posso aver sbagliato la mia scelta, ma finché ci credo devo valorizzarla al massimo.





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