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Si alza la posta
David Kipen


Oggi la domanda più diffusa «Ha un obiettivo internazionale?» è causa di terribili conseguenze per quanto riguarda il tipo di sceneggiature che vengono prodotte in America. La vecchia enfasi su dialoghi e sceneggiatura ha lasciato il posto a un esperanto di violenza e spettacolarità. In seguito a ciò diversi paesi hanno condannato l’invasione della cultura americana, lamentandosi della mancata distribuzione di prodotti televisivi e cinematografici locali. Probabilmente hanno ragione.
Ma altrettanto allarmante è ciò che tale tendenza sta causando al cinema americano. Se la Francia produce film per i francesi e l’America per tutto il mondo, chi produce film per gli americani? Film come Mr Smith va a Washington, che si svolge in uno scenario di loschi traffici politici, o La signora del venerdì, con i suoi dialoghi brillanti, impossibili da tradurre e pronunciati a velocità da mitraglietta, verrebbero mai realizzati al giorno d’oggi? Ormai i frequentatori del cinema non possono che ricordare vagamente film come questi che si riferivano a un pubblico di compatrioti piuttosto che di semplici clienti. Per dirla in altre parole, è come se fosse l’ultima ruota a trainare il carro. Non sarebbe un disonore se – dopo tutto quel rumore sull’autorialità del film, per non parlare dell’imperialismo culturale e del General Agreement on Tariffs and Trade (GATT) – l’unico paese a perdere la propria identità cinematografica nazionale fosse proprio l’America?
Gran parte delle ansie che il cinema americano suscita all’estero si possono riassumere all’incirca così: Povero Francois, vuole portare Cecile a vedere un bel film francese, ma quegli sporchi yankees monopolizzano tutti gli schermi. D’altronde, che dire di Gus, che vorrebbe vedere un film americano decente come quelli con cui è cresciuto, solo che, sfortunatamente, tutti questi sono fuori catalogo? In più, Gus non può neppure cercare un buon film straniero. Underground, vincitore nel 1995 della Palma d’oro di Cannes come miglior film, non è mai stato messo in commercio negli USA Nessun distributore ha avuto interesse ad acquistarlo.
La felice industria cinematografica americana delle esportazioni va in deficit esattamente una notte all’anno. È la notte degli Oscar, in cui gli inglesi, gli australiani e un crescente numero di sceneggiatori internazionali infliggono un’umiliazione a Hollywood. Quest’os?servazione non vuole ridurre la visione di un cineasta alla sua nazionalità, ma ampliare la prospettiva con cui trattare il tema in generale. Il deficit della notte degli Oscar si delinea come una diretta conseguenza del surplus dell’intero anno di cui gode l’industria cinematografica americana, trainata, tranne che per gli indipendenti, dagli adattamenti-blockbuster di fumetti, che non vedranno mai l’interno del Kodak Theater la notte degli Oscar.
Alle sceneggiature originali americane va anche peggio. Come fa notare, con molto buonsenso, il columnist cinematografico del “Los Angeles Times”, Patrick Goldstein: «Nella odierna Hollywood, se parli di film drammatici di un certo livello, la sceneggiatura originale si può considerare una specie estinta almeno quanto il colossale mammoth». Non ne siete convinti? Basta esaminare le nomination per la sceneggiatura originale del 2004. Erano: Le invasioni barbariche di Denys Arcand; Piccoli affari sporchi di Steven Knight; Alla ricerca di Nemo di Andrew Stanton, Bob Peterson e David Reynolds da una storia di Stanton; In America di Jim Sheridan, Naomi Sheridan e Kirsten Sheridan; Lost in Translation di Sofia Coppola, opera vincitrice.
Tolti il film indipendente che vinse (ambientato in Giappone) e il cartone animato (Nemo, ambientato al largo delle coste australiane), rimangono un canadese, un inglese e tre componenti della stessa famiglia irlandese (e il 2004 non fu un eccezione. Anche i vincitori dei due anni precedenti, Pedro Almodovar per Parla con lei e Julian Fellowes per Gosford Park, non erano americani. Il primo film non era neanche scritto in inglese, come del resto l’altro candidato Y Tu Mama También). Tutti film fantastici, ma non avrebbero dovuto avere la categoria “sceneggiatura originale” tutta per loro. È andata così perché, per la maggior parte, gli studios americani sono fuori del business dell’originalità.
La globalizzazione è un argomento complesso che ha fatto naufragare marinai più esperti del sottoscritto. Ma vorrei provare ad aggiungere un punto di vista che ci riporta, in questo guazzabuglio, allo status dello scrittore: una prospettiva letteraria. Il primo modello narrativo di globalizzazione potrebbe celarsi proprio in Moby Dick. In esso Ishmael si riferisce a tutti i suoi compagni che provengono «da tutte le isole del mare e da tutti i confini della terra». Con questo Melville intende dire che la baleniera di Achab, per il suo ultimo viaggio, ha ingaggiato, o arruolato con la forza, una ciurma in gran parte internazionale. Questo, oggi, è il luogo virtuale per cui Hollywood sta scrivendo i suoi film: una notte sul Pequod. E tutti noi sappiamo come quel piccolo viaggio di piacere andò a finire.





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