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Sequenza introduttiva
David Kipen


LA BIBLIOTECA DIS-ORDINATA
Immaginate una biblioteca in cui i romanzi siano ordinati per editore. Un bibliotecario matto ha deciso volontariamente di ignorare i nomi degli autori ricercando invece, in ogni volume, i ringraziamenti e le dediche, ogni citazione d’obbligo «a Max Perkins, senza il quale…», o a «Bob Gottlieb, sebbene, ovviamente, tutti i difetti siano opera mia». Nascosti dalle etichette che identificano Perkins, Gottlieb e altri, i nomi di coloro che hanno realmente scritto i libri sono diventati illeggibili.
Assurdo, no? Come potrebbe il lettore leggere e giudicare i lavori di un autore, osservando il sorgere e lo svilupparsi di tematiche come per secoli ha fatto la critica biografica, se qualcuno disseminasse i libri per ogni dove?
Adesso sostituite “sceneggiatori” a “scrittori” e “registi” a “editori” e otterrete esattamente l’ottica in cui siamo stati abituati a ragionare sui film dall’avvento della “teoria dell’autore” nella critica, circa cinquant’anni fa. In base a tale critica, il regista merita tutti gli onori. L’auterism, parola francese che indica il regista come autore, ci ha spinto a concentrare l’attenzione sui temi e i motivi comuni alla filmografia di un determinato regista, a scapito di quei poveri e oscuri scribacchini che si limitavano a scrivere il film.
Infatti per troppo tempo, ormai, studiosi, giornalisti e appassionati di cinema si sono uniformati acriticamente al partito dell’auterism. Il libro che state leggendo è un tentativo di rimettere ordine tra gli scaffali della scombinata biblioteca del cinema americano.
Il nostro obiettivo non sarà quello di sostituire lo sconsiderato e dogmatico auterism con una teoria del film altrettanto sconsiderata incentrata sullo scrittore. Parafrasando Aspetti del romanzo di E.M. Forster (in cui questi ammette: «con voce flebile e piena di rimpianto: ‘Sì – santo cielo, sì – il romanzo racconta una storia’»), il film, sì, santo cielo, sì, è un’arte collettiva. Per quanto possiamo desiderare altrimenti, è così. No, il punto non è tanto soppiantare l’auterism quanto ridimensionarlo e, talvolta, con vari gradi di intenzionalità, ridicolizzarne gli eccessi.
In altre parole, il nostro manifesto può funzionare in due modi diversi. Per prima cosa, può dimostrarsi straordinariamente convincente e demolire la teoria dell’auteur da un giorno all’altro, il che sarebbe senz’altro una buona cosa. Ma sarebbe altrettanto efficace se, come farebbe un critico che riscontrasse ricorrenze tematiche nella filmografia di chiunque, dimostrasse che la teoria dell’auteur non è più solida di una teoria basata sullo scrittore, sull’operatore o sul capo-elettricista. Se siamo nel giusto, naturalmente, centreremo l’obiettivo. Ma anche se fossimo appena difendibili, l’auterism crollerebbe lo stesso. E quando accadrà, forse la smetteremo di dis-ordinare i nostri film.

David Kipen





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