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Dopo i titoli di coda
David Kipen


1.
Ecco, abbiamo inferto un bel colpo al cuore della teoria dell’autore, no?
No. Certo che no. Quello che abbiamo qui non è che un frettoloso preambolo alle future teorie critiche incentrate sulla sceneggiatura, viziato da ciò che sembra una parzialità a favore dei maschi bianchi, persino superiore alla parzialità derivante dal fatto che l’attenzione principale è riservata alla produzione degli studios più importanti. Le ridottissime voci che accompagnano l’elenco dei crediti trascurano i collaboratori così come le dozzine di film scritti ma non firmati dallo sceneggiatore. Tali voci ridotte all’osso non permettono che possano emergere completamente temi peculiari degli scrittori, non in quanto non riflettono le loro più intime ossessioni, ma piuttosto perché i loro datori di lavoro li riducono a stereotipi senza permettergli di essere nulla di diverso.
Questo libro è iniziato con una parafrasi di E.M. Forster riguardo il fatto che il film è «sì – santo cielo, sì» – un’arte collettiva. La schreiber theory non dovrebbe in nessun modo essere interpretata come un disconoscimento di tale inesorabile assioma. Gli sceneggiatori non fanno tutto da soli, non meno che i registi – o forse fanno qualcosa in più dei registi, almeno nei migliori film. Lo schreiberism vuole essere, tra le altre cose, un tentativo di salvare la critica e la ricerca da coloro che vorrebbero farci dimenticare quanto fare un film sia un processo basato sulla collaborazione. Se l’idea di trovare temi e modelli ricorrenti nel lavoro di qualcuno che non sia il regista sembra ancora eretica, mettetelo in conto ai cinquant’anni di vantaggio dell’auteurism.
Infine, prima che si accendano le luci, potrebbe essere utile pensare alla storia del cinema come a una barca a vela. Cinquant’anni fa, i teorici dell’auteurism, pieni di buone intenzioni, hanno afferrato il timone e con una virata decisa ci hanno allontanato dalle secche rappresentate dal culto degli studios e dei produttori. Oggi quasi tutti quelli che pensano il cinema sono schierati dal lato della barca riservato ai registi. Non a caso, la critica cinematografica, e senza dubbio lo stesso cinema americano, rischiano di ribaltarsi sotto il peso di tutta questa unanimità. Se riusciremo a tornare indietro, verso il vero orizzonte, sarà necessaria una correzione di rotta, forse una totale inversione, come quella descritta in questo libro. Di sicuro lo schreiberism è destinato a travolgere gli appassionati di cinema come una tromba marina che molti preferirebbero evitare. Ma siamo davvero soddisfatti della direzione verso cui il cinema americano continuerebbe ad andare se non ci sarà un tornado?


2.
La capacità che hanno gli artisti di mutare il clima che circonda l’arte – e della critica di mutare il clima intorno a noi – è stato espresso come meglio non si potrebbe nel saggio La decadenza della menzogna di Oscar Wilde. In quel famoso dialogo due esteti di nome Vivian e Cyril discutono della strana relazione, opposta ma complementare, che lega i due regni della vita e dell’arte. A un certo punto Vivian osserva che: «Lo straordinario cambiamento climatico che ha interessato Londra negli ultimi dieci anni è interamente dovuto a una particolare scuola artistica».





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