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Il nostro muro di Berlino è ancora in piedi
Francesco Scardamaglia

«Basterebbe stabilire che ognuno
faccia il suo mestiere senza invadere
il campo degli altri. I distributori
facciano i distributori, i produttori
facciano i produttori. Con il divieto
per i distributori di fare i produttori.»

Time out. La mala bestia ha cominciato a mordere. Sotto le sue zanne, la televisione generalista ha già perso circa il dieci per cento (!!!) degli spettatori, e l’emorragia continua implacabile. In compenso quello che era un forte disagio degli attori principali del sistema, (autori, broadcasters, produttori) si è trasformato in ferocia distruttiva e autodistruttiva. I broadcasters hanno stretto le fila della progettazione editoriale e non lasciano passare niente che non sia stato concepito nei brainstorming del pre e del post marketing (a proposito i più vivi complimenti agli esperti di prodotto che hanno dato le loro indicazioni “scientifiche”!). E pensano di recuperare abbassando i compensi di tutti, in maniera indiscriminata e afflittiva. Le grandi imprese audiovisive guadagnano meno e quindi trasferiscono le loro perdite sui lati deboli del triangolo, seguendo la logica ineccepibile del marito che per far dispetto alla moglie si taglia i coglioni (si può dire “coglioni”, vero?). I produttori, ben consapevoli delle segrete armonie dell’universo audiovisivo, cercano disperatamente di farsi assegnare brandelli di budget, stringendo i cordoni della borsa nei confronti di tutti quelli più in basso nella catena alimentare. Pesce grosso, si sa, mangia il piccolo, ma bisogna stare attenti perché quando il pesce piccolo è intossicato il danno risale e avvelena i pesci grossi. I produttori più bravi si assicurano i cosidetti contratti di volume che garantiscono un afflusso costante di denaro e consentono di disinteressarsi dell’esito dei prodotti, tanto il lavoro è assicurato. Certo anche i produttori hanno i loro problemi. Come ottenere budget indipendentemente dalla qualità delle proposte? È semplice: attraverso i più vari “sponsor”, sempre gli stessi nani e ballerine, variopinto circo del sottobosco politico. E infine gli autori. Fra gli scrittori di televisione è in gran voga definirsi dattilografi. Ad inventare qualcosa non ci si pensa neppure più. Per evitare la frustrazione di sentirsi bocciare qualsiasi proposta. Tanto vale buttar giù nel modo migliore le idee nate nei succitati brainstorming. Se per caso si uscisse dalle righe, ci pensano gli editor a spiegarti come si fa il mestiere. L’effetto sulla motivazione artistica e professionale degli autori è simile a quella di un assetato che si veda offrire un bel bicchiere di sabbia. Naturalmente questo avvilimento viene scambiato per scarso talento di chi scrive. Ah, se ci fossero anche da noi gli autori che in America inventano Lost o Desperate Housewives! In queste unghiate reciproche fra broadcaters, produttori e autori, i talenti veri che potrebbero arricchire con le loro opere e la loro creatività l’intera industria si spostano in altri campi più remunerativi e gratificanti. E non ci vuole molto a trovarne.
Siamo incartati di brutto, come si dice nel gergo delicato delle troupes. Modi di uscirne? Uno solo. Uno solo ma in grado di trasformare l’intero sistema a favore di tutti (di tutti!). Ripartire dalla libertà di espressione, così importante da ricevere nell’articolo 21, la tutela della Costituzione. Libertà di espressione senza la quale anche la corretta informazione dei cittadini, e quindi la democrazia è in pericolo. Sono considerazioni dell’allora Presidente della Repubblica Ciampi, nel suo unico e solenne messaggio alle Camere, dedicato non a caso a questo tema. La libertà di espressione degli autori è l’unica regola in grado di far funzionare il mercato. La mancanza di libertà degli autori produce infatti sclerosi e rigidità delle linee editoriali, dando vita a prodotti ripetitivi e sempre meno appetibili per il pubblico. Il risultato è la crescente disaffezione di quell’audience tanto ambita e inseguita. Quanto valgono più di due milioni di contatti sul mercato pubblicitario televisivo? Un giorno o l’altro bisognerà cercare di saperlo esattamente, ma questo è un altro discorso. Comunque valgono molto, moltissimo. E su questa perdita secca, dovuta a gente che non sa farsi due conti, quando i conti sono la loro ragione d’esistere, crescono le iniziative di distribuzione di contenuti via satellite, via cavo, via Internet e via mobile. La limitazione della libertà di espressione degli autori trasferisce in sostanza a funzionari editoriali, in preda alla nota “sindrome del funzionario”, e cioè alla paura paralizzante di sbagliare e di essere rimossi, la facoltà, prettamente ed esclusivamente autoriale, di inventare e disegnare contenuti. Consiste in pratica nel trasformare parzialmente i funzionari in “autori”, producendo delle creaturine ogm o veri e propri mostri inadatti a vivere. Teratologia applicata alla comunicazione e allo spettacolo. L’autorialità, nel senso in cui la intendiamo in questo contesto, non perdona. È comunque necessaria, ma trapiantata in sedi inadatte, sfiorisce e intossica. I “padroni del vapore” non si rendono conto che sequestrare e dirottare su altri la libertà di espressione degli autori è come rivolgersi ad un idraulico quando si è malati gravemente. Gli idraulici sono bravissime persone (salvo che non si trovano mai…), alcuni saprebbero anche consigliare una buona medicina, ma di qui a servirsene in caso di infarto il passo è lungo. Che si voglia o no, che lo si sappia o no, la libertà di espressione è il concept profondo e necessario dell’industria audiovisiva. E non si tratta solo di una dichiarazione di principio. Ma in sé contiene, come le informazioni iscritte nella doppia spirale del DNA, un forte disegno costruttivo. Riteniamo infatti, come si è accennato, che un sistema audiovisivo basato in tutte le sue modalità e in tutti i suoi livelli sulla libertà di espressione degli autori sia il sistema in assoluto più funzionale e favorevole ai broadcaster, ai produttori e, naturalmente agli autori. Iniziamo dalla base della piramide. Gli autori. Torna utile, anche senza entrare nella sua specificità, riferirsi per un’analisi non troppo superficiale alla teoria evolutiva di Darwin. La varietà delle forme viventi è una precondizione indispensabile perché la sopravvivenza della vita nel suo insieme si realizzi. Se esistesse, per assurdo, un solo organismo, questo sarebbe esposto a qualsiasi variazione ambientale negativa. Il cataclisma sconosciuto che ha fatto scomparire i dinosauri non ha causato alcun danno, ad esempio, alla maggior parte degli insetti. Allo stesso modo se esistesse, sempre per paradosso, un solo autore o una pluralità di autori che scrivessero soltanto un certo tipo di storie, si rischierebbe con grande facilità la fine del sistema audiovisivo. Tanti autori, tante storie da raccontare, tanti modi diversi di vedere il mondo e i personaggi. È da questa varietà, il più possibile estesa, il più possibile vitalmente contraddittoria che può nascere cultura e industria audiovisiva. Non appena questa libertà di ideazione viene intaccata da posizioni dominanti, dominanti ma cieche, non sono solo gli autori a soffrirne, ma il sistema nel suo complesso con una perdita secca in termini di valore culturale e di fatturato. Lo dimostra chiaramente, come si è detto, la situazione attuale. Ai danni del duopolio, ma si potrebbe dire del monopolio attuale, si sommano anche quelli della rigidità spastica delle linee editoriali. Il risultato è un prodotto ripetitivo e stanco che prima annoia e poi spinge il pubblico a cercare altre forme ed altri luoghi di intrattenimento. La perdita vertiginosa di spettatori della televisione generalista dovrebbe preoccupare anche quelli che facendo cinema e televisione dicono di vendere “contatti” al mercato pubblicitario. Ostinandosi in una produzione culturale al ribasso, costruita dal di fuori e non nata dalla molteplicità selettiva dell’offerta, i “contatti” si finisce per perderli e quindi per determinare un danno all’industria nel suo complesso. L’ostinazione megalomanica di controllare l’offerta culturale è quindi ad un tempo vana e deleteria per i bilanci dei broadcaster. Negli Stati Uniti, dove la parola mercato ha almeno un senso, la molteplicità degli autori, la vivacità delle invenzioni determina una corsa al rialzo per incontrare le attese del pubblico attraverso prodotti culturali di grande forza e di raffinata costruzione strutturale. Serie come Casalinghe Disperate, Lost, Grey’s Anatomy sono prodotti nello stesso tempo fortemente autoriali e di grande successo di pubblico. Ma non nascono a caso. Sono il frutto di una ricerca continua, dei produttori prima e dei broadcaster in seguito, che prendono in esame metodicamente una quantità enorme di idee, concept, trattamenti, sceneggiature scritte on speculation (e cioè senza una commissione da parte del produttore. E poi, attraverso un processo di selezione, fanno approdare sugli schermi racconti e personaggi che nella nostra realtà italiana sono semplicemente inimmaginabili. È facile ex post constatare il successo e tentare di imitare la formula altrui. Non c’è network italiano che non abbia immaginato o non si sia visto proporre “qualcosa come Casalinge o Lost”. Il destino di questi tentativi tristi e provinciali è quello di essere presto sostituiti da nuovi successi altrui da imitare. La chiave sta nella ricerca. È fin troppo ovvio che solo dalla quantità può nascere la qualità. E la quantità si ottiene solo in un contesto che tutela come un bene fondamentale la libertà di espressione. Non si scrive una storia su una famiglia di becchini (Six feet under) se i “committenti” vogliono soltanto famigliole prima sofferenti e poi certamente felici con tanto di “nonna in carrozzella” (espressione sintetica per rappresentare tutta la melensa falsa problematica della nostra televisione). Autori liberi significa varietà di offerta, quantità di offerta e quindi possibilità di selezione, necessità di differenziarsi per conquistare il pubblico. È evidente che la libertà di espressione degli autori dev’essere garantita e sostenuta da una pluralità di produttori motivati e tesi ad ottenere profitto dal successo delle loro iniziative. E questa pluralità di produttori dovrebbe confrontarsi con una pluralità di broadcasters e non da oligopolio intrinsecamente monopolistico come avviene oggi in Italia. Tutto questo non è garanzia di successo, ovviamente. Ma è una condizione preliminare per costruire un’industria sana. Senza libertà di espressione non c’è libertà di pensiero. Senza libertà di espressione non c’è mercato. Attenzione a non equivocare. Non si può certo negare che in Italia oggi esista libertà di espressione in senso lato. Esistono giornali, televisioni, radio, cinema, case editrici. Gli autori non ricevono veline di nessun minculpop, né le loro opere vengono sottoposte a censura (salvo quella cinematografica ridicolmente tenuta in piedi con il pretesto della tutela dei minori, quando in qualsiasi edicola si possono acquistare DVD che farebbero arrossire il marchese de Sade. Cosa si aspetta ad abolire un’anticaglia inutile e incostituzionale come la censura cinematografica?). In questa matassa così sapientemente intricata da chi occupa le posizioni dominanti, esiste un punto di partenza, qualcosa da fare subito con il semplice intento di iniziare un percorso virtuoso? Probabilmente sì. Non è la panacea, non è il colpo di bacchetta magica che d’un tratto trasforma il rospo del nostro sistema nel principe di un Paese avanzato, eppure qualcosa accadrebbe. Basterebbe stabilire che ognuno faccia il suo mestiere senza invadere il campo degli altri. I distributori facciano i distributori, i produttori facciano i produttori. Con il divieto per i distributori di fare i produttori. Cosa accade se questo semplicissimo principio di base viene violato? Quello che abbiamo davanti agli occhi. Un sistema che crea posizioni dominanti, riduce il mercato ad una farsaccia, impedisce la libera iniziativa economica, e ferisce a morte la libertà di espressione. Alla faccia dell’Articolo 21 della Costituzione. Ad onta delle proclamazioni di principio delle forze politiche, è bene accorgersi che il sistema audiovisivo italiano è improntato ad un dirigismo statalista di pura marca protosovietica. Solo un soggetto, la distribuzione, (che assume grottescamente i connotati di uno Stato nello Stato), domina la dinamica economica arrogandosi poteri di scelta e di indirizzo. Al di fuori della distribuzione, come diceva Origene per la Chiesa, non c’è salvezza. Come mai l’Italia è l’unico paese industrializzato in cui non esistono banche d’affari o privati cittadini che investono capitali nell’industria audiovisiva? Perché i produttori italiani non investono energie e denaro, in attesa della giusta remunerazione di un successo? Questa sarebbe un assurdità in un sistema liberale, una contraddizione in termini in un mercato autentico. Ma da noi ci si proclama liberali a chiacchiere, e ci si comporta invece come i gerarconi sovietici che farneticavano di realizzare il comunismo decidendo da Mosca quale modello di scarpe si dovevano portare a Novosibirsk. Perché non lo si dice più chiaramente? Perché Rai e Mediaset non ammettono la loro natura totalitaria? Perché la Politica avalla dirigismo economico e totalitarismo culturale anziché combatterlo? Autori e produttori italiani sono stanchi della loro libertà posticcia. Il muro di Berlino è crollato nell’89. Il muro che ci separa dalla vera possibilità di esprimere le nostre idee e di realizzare le nostre iniziative imprenditoriali, è sempre più alto.





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