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Difendere il servizio pubblico
Dino Audino

Difendere il servizio pubblico

di Dino Audino


Nel dibattito senza fine sul riassetto del sistema radiotelevisivo la vulgata del politically correct più o meno afferma: la tv pubblica è ormai diventata uguale a quella commerciale, tanto vale smantellarla.
Si otterrebbero così due risultati: da una parte una rete pubblica finanziata dal canone, finalmente degna del suo nome, con tanta informazione, inchieste, documentari, dibattiti, libri e concerti; dall’altra privatizzare le altre reti per dare spazio a un terzo o quarto polo rompendo il duopolio e ripristinando la concorrenza.
Il ragionamento sembra non fare una grinza. Senonché in parallelo c’è anche un’altra vulgata ancora più politicamente corretta, incarnata da Nanni Moretti e Romano Prodi. Recita così: "Berlusconi ha comunque vinto perché la sua televisione ha cambiato la testa degli italiani" e "Berlusconi convince la gente non solo parlando di politica, ma soprattutto non parlando di politica. Perché più guardi la tv più voti per lui, meno la guardi più voti centrosinistra".
Ragionamento questo impeccabile, che finalmente viene alla luce dopo anni di indifferenza della politica nei confronti di una delle verità più ovvie: l’intrattenimento televisivo veicola i valori molto più dei tg o delle tribune politiche. Ma una contraddizione a questo punto viene fuori evidente.
Se Prodi ha ragione ed è la sottocultura diffusa dalla tv commerciale che corrompe il paese, la conclusione dovrebbe essere rafforzare e risanare la tv pubblica, non smantellarla. Sostenere non una sola tv minoritaria finanziata dal canone – che tra l’altro già c’è, è fatta benissimo ed è Rai 3 – ma una Rai che mantenga la sua audience mentre qualifica la propria programmazione. Al contrario, gran parte del centro sinistra – e da qui nasce il problema – pensa che la postmodernità segni l’ineluttabile decadenza della tv pubblica le cui funzioni possano essere svolte con più efficacia dalla concorrenza tra privati.





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