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La scena le strutture e altre cose. Intervista a Jeff Rush
a cura di Gino Ventriglia

«L’obiettivo è che gli allievi passino
il tempo a valutare tutte le possibili alternative che riescono ad immaginare nel momento in cui prendono
una decisione drammaturgica
o di messa in scena, così che non ne vengano prese, senza cioè rendersi conto delle implicazioni. Cerchi di
renderli consapevoli che c’è un numero vastissimo di scelte a loro disposizione
e che possono fare quello che vogliono, a patto di sapere che c’è uno spazio negativo che contiene tutte le decisioni che scelgono di non prendere».

Gino Ventriglia: Jeff, tu sei uno dei pochi che io conosca che insegna la scritturafdi scena, la sua logica e la sua forma. Gli insegnamenti di sceneggiatura per lo più si concentrano sulla struttura della storia e sulla costruzione del personaggio, molto di rado approfondiscono la specificità della scrittura di scena. Perché?
Jeff Rush: Credo che ciò che distingue la scrittura di una sceneggiatura da altri tipi di scrittura narrativa sia più di ogni altra cosa la capacità di visualizzare e di creare una linea di tensione nello script, così che la storia quasi possa svilupparsi da sé per mezzo delle immagini e della tensione che queste implicano. In effetti, è piuttosto diffuso l’insegnamento di scrittura del dialogo, ma hai ragione, si insegna poco della visualizzazione della scena, e di come scrivere in modo tale che quelle immagini portino in sé la tensione. Non saprei dirti il perché.
Nel tuo libro Alternative Scriptwriting hai sottolineato che all’interno di una scena ci sono tre categorie principali simultaneamente al lavoro, in differenti dosaggi: il punto di vista, il sottotesto e il “beat”. Tra queste, mi sembra che il “beat” sia la più elusiva. Qualcuno la individua nello spostamento del punto di vista dentro la scena, altri ne parlano come di transizione emozionale a carico del personaggio, altri ancora in termini di cambiamento del controllo della scena. Tu come la definisci?





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