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Perché in Italia non si può fare un “noir” noir?. A proposito del film Romanzo criminale
Daniele Costantini

«Perché affermare che la forza
di Romanzo criminale sta
nella presenza della politica?
E che la commistione tra criminalità
e politica (i suoi poteri e sottopoteri occulti) è una realtà tipica
del nostro paese? La politica è presente, in dosi massicce,
anche in The Godfather, Part II».

Oltre dieci anni fa, esattamente a partire dal N. 6 di “Script”, era il 1994, una parte della redazione di allora, tra cui Daniele Costantini, Falerio Rosati e Silvia Napolitano, ragionando sulle possibili vie d’uscita dalla mefitica situazione del cinema italiano, indicò nella ripresa del cinema di genere e segnatamente del noir uno dei percorsi possibili. Allora fummo sbeffeggiati anche per questo. Non solo attaccavamo le politiche assistenzialistiche del governo, il cinema italiano autoreferenziale e pseudo-autoriale che aveva cacciato il pubblico dalle sale, ma addirittura riproponevamo il genere! Manco parlassimo dei “sandaloni” o degli spaghetti-western. Oggi, a dodici anni di distanza non solo quelle nostre posizioni sono diventate patrimonio comune, ma anche il nostro cinema comincia a percorrere quelle strade che, allora in solitudine, indicavamo. Romanzo criminale ne è la dimostrazione. Comunque lo si giudichi nello specifico – e per questo abbiamo sollecitato l’intervento di Daniele Costantini – resta un film italiano che cercando di coniugare genere, valori civili e autorialità, riapre le porte del nostro cinema al nostro pubblico. (D.A.)





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