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Rimettere l’autore al centro del processo produttivo
Francesco Scardamaglia

«Per molti anni autore è stato sinonimo di contemplatore del proprio ombelico, spregiatore di qualsiasi esigenza comunicativa. A questa forma di autorialità è stata, ad esempio, imputata la disaffezione del pubblico verso il cinema italiano.
Il rischio oggi è che per limitare questa autorialità si trasformino tutti gli altri autori in figure tristemente impiegatizie, utilizzate per “scrivere in bella” quello che altre figure, nate con funzioni diverse, chiedono che venga scritto trasformandosi in questo modo in autori surrettizi».

Francesco Scardamaglia,
scrive e produce pr il cinema e la Tv. Sue ultime fiction TV: La memoria e il perdono, Papa Giovanni, Virginia, la monaca di Monza. È presidente della Sact, l’Associazione degli sceneggiatori.

«Nel suo Gregorio da enorme mattino trasformato nel letto inquieti in un insetto si trovò Samsa destarsi un sogni». Le parole sono sempre quelle di Kafka, e ognuno può rapidamente rimetterle in ordine perché risultino comprensibili. Questo significa, molto ovviamente, che il linguaggio per essere un mezzo di comunicazione, e non un’accozzaglia di fonemi insensati, è sottoposto a vincoli di grammatica e di sintassi, oltre che di semantica. Bene. Abbiamo scoperto l’acqua calda.
Quello che vorrei fare, partendo di qui, è un discorso sulle strutture narrative e sui modelli teorici per mostrare che in relazione alla singola narrazione hanno la stessa funzione di vincoli di sintassi e grammatica per la frase di Kafka. Vincoli essenziali che sostengono l’autore nel lavoro di strutturazione dell’Opera fornendogli gli strumenti per passare da un modello astratto di narrazione a una narrazione concreta. L’inizio della Metamorfosi così come la conosciamo, non deriva meccanicamente da regole grammaticali e sintattiche, ma dal talento dell’autore, che soddisfatti i vincoli di comprensibilità linguistica, può spaziare nelle infinite varianti dell’espressione. Cercherò di dimostrare inoltre come le strutture narrative vengano talvolta ideologicamente utilizzate per stabilire processi di scrittura in realtà costruiti su base essenzialmente politica.
Il tentativo è quello di mettere un po’ d’ordine in una curiosa Babele in cui ognuno parla la lingua che più gli conviene, con l’effetto di trasformare problemi teorici in posizioni politiche e viceversa.
Più o meno emerso, più o meno riconosciuto, esiste infatti un dibattito sulla natura delle cosiddette “regole” della narrazione e quindi sulla necessità che queste “regole” siano seguite da chi scrive. Il problema, già in questa prima, rudimentale accezione, non è ben posto. Lo segnalano le virgolette in cui ho racchiuso la parola “regole”. La questione è stata affrontata più volte su queste pagine. A me sembra di poter dire che paradossalmente le famose regole non siano né prescrittive, né descrittive. Non sono prescrittive perché altrimenti si cadrebbe in uno schematismo molto rigido e ripetitivo, ma non sono nemmeno descrittive nel senso che la realtà narrativa che affrontano non è che una piccola parte di quella che emerge ogni giorno in cinema e televisione, e si manifesta in infinite varianti. Non esiste cioè un’idea platonica del “giusto narrare” a cui fare riferimento per le singole narrazioni, uno schema ideale da cui discendono i racconti concreti. Perfino Aristotele si limita a indicare alcuni vincoli di grammatica e sintassi narrativa, ma sono vincoli che indicano una fisiologia del racconto, una sua riconoscibilità naturale. Vincoli di comunicabilità, al di sotto dei quali la lingua, il racconto, non riesce a svolgere la sua funzione espressiva. La strutturazione del racconto in tre atti (non la teoria completa dei tre atti) in genere è rilevabile nella maggior parte delle narrazioni, che l’autore ne sia o non ne sia consapevole, ma questo dice assai poco dell’efficacia e della qualità della scrittura in quel determinato caso. Come è noto e accade di frequente, si può strutturare in tre atti perfetti un racconto bruttissimo. Gli stessi autori delle teorie narrative più studiate, e insegnate, da McKee a Dara Marks a Chris Vogler a John Truby, ripetono di continuo che i loro schemi devono essere adattati alle singole narrazioni e che dove il racconto funziona in contrasto con la teoria è questa che deve fare un passo indietro.





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