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Forma atomica di un racconto
Alessandro Forlani

«Nell’era della massima comunicazione tramite il mezzo più breve possibile (benché sommamente incisivo e pregno di informazioni) c’è da chiedersi quanto l’avvertimento di queste forme atomiche di racconto sia determinato dall’abitudine dello spettatore contemporaneo allo spot pubblicitario, al videoclip o quanto, al contrario, non appartenga anche questo naturalmente all’essere umano…».

Alessandro Forlani,
è docente di “Metodologia della Sceneggiatura” presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata; assistente in Costumistica Teatrale e Cinematografica presso l’Università di Bologna.


Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
FORMA ATOMICA DI UN RACCONTO
Questo è un intervento al limite del paradosso.
Fra gli sbocchi professionali che un giovane sceneggiatore può prendere in considerazione val la pena di considerare oggi, oltre al cinema e alla serialità televisiva che restano i più ambiti traguardi, e quelli che consentono il maggior esercizio creativo, altresì la produzione di docu-fiction o documentari e – perché no – di videoclip o spot pubblicitari. C’è però da chiedersi fino a che punto le nozioni apprese riguardo “narratività”, “struttura in tre atti” eccetera possano essere applicate alla brevità (per non dire istantaneità!) di suddetti prodotti. In uno spot della durata standard di 30 secondi come applicare per esempio la suddivisione in pagine di sceneggiatura/minuti di film suggerita da Linda Seger? Dovremmo pensare a un “primo atto” di 7,5 secondi, un “secondo atto” di 15 e un “epilogo” di altri 7,5; e trovare in tutto ciò lo spazio per un primo e un secondo “punto di svolta”? In effetti è così… Se consideriamo che un rapporto fra immagine fissa e racconto a ben guardare esiste e come i cosiddetti “creativi” ne abbiano già intuito le possibilità.





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