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Hotel Rwanda come l’abbiamo scritto Parlano gli sceneggiatori Keir Pearson e Terry George
a cura di Floriana CampanozziIntervista a cura di Mark Lee

«“Se stai cercando una storia per un film straordinario, io ne ho una pazzesca di un signore, un direttore d’albergo, che ha salvato un migliaio di persone nel suo hotel a cinque stelle durante il genocidio in Rwanda”. Ci volle un anno di ricerche prima di rintracciare quel direttore d’albergo».

Keir Pearson e Terry George hanno scritto una toccante sceneggiatura sul massacro di un milione di persone in Rwanda, un paese dell’East Africa, avvenuto nel 1994. Come Steven Zaillian (Schindler’s List) e Bruce Robinson (The Killing Fields/Urla del Silenzio), ci hanno raccontato una storia immensa concentrandosi sull’esperinza vissuta da un solo uomo: in questo caso (Hotel Rwanda) il direttore d’albergo Paul Rusesabagina, che accolse 1.200 rifugiati nell’Hotel Mille Colline a Kigali, la capitale del Rwanda.

In questa intervista, Pearson, George e Rusesabagina descrivono la genesi e lo sviluppo di un film commovente.

Mark Lee: Siamo nel 1999. Lei ha appena finito gli studi di cinema alla New York University e ha lavorato come montatore di documentari nella città di New York. Come è venuto a conoscenza della storia di Paul Rusesabagina?
Keir Pearson: Un mio amico di college, John Robinson, scrittore di romanzi, era appena tornato da una permanenza di sette anni in Africa. Venne a trovarmi nel mio appartamento in Park Slope e cominciammo a raccontarci tutto quello che c’era successo nel frattempo. Lui sapeva che mi ero appena laureato in cinema e mi disse «Se stai cercando una storia per un film straordinario, io ne ho una pazzesca di un signore, un direttore d’albergo, che ha salvato un migliaio di persone nel suo hotel a cinque stelle durante il genocidio in Rwanda». Ci volle un anno di ricerche prima di rintracciare quel direttore d’albergo. Chiamavo l’ambasciata del Rwanda, ma nessuno sapeva dove si trovasse. Finalmente scoprii che faceva l’autista di taxi in Belgio. Chiamai Paul (Rusesabagina) e la prima frase che mi uscì dalla bocca fu «Ti ho cercato dappertutto, Paul. Dove ti sei nascosto?». E lui mi rispose «Non mi sono mai nascosto da te. Sono sempre stato qui». Gli spiegai chi ero, che non facevo parte di nessuna agenzia di informazione, né di alcuno degli Studios. Che ero solo qualcuno interessato in quello che era successo in quell’albergo durante il genocidio, che volevo raccontare quella storia per far conoscere al mondo che cos’era successo in Rwanda nel 1994. Gli chiesi «Potremmo incontrarci per fare due chiacchiere?». E lui disse «Vieni qua». E poi «Potrai essere mio ospite, sarai benvenuto nella mia casa». Il mio primo problema fu trovare i soldi per il viaggio. La mia ragazza di allora mi regalò le sue miglia di frequent-flyer. Oggi quella ragazza è mia moglie.
ML: Si prova sempre una strana sensazione quando uno scrittore incontra una persona la cui vita sta per trasformarsi in una sceneggiatura.
Keir Pearson: È vero. Io andai in Belgio e mi portai il mio amico Robinson come interprete. In Rwanda si parla prevalentemente Francese e Swahili, e lui li parla entrambe. Incontrammo Paul in un bellissimo sobborgo nei pressi di Bruxelles con i prati verdi rasati e ordinati, i viali alberati e simmetrici. Lui ci presentò sua moglie in maniera molto formale, salimmo al piano superiore della sua villetta, ci accomodammo nel soggiorno e sua moglie ci servì del caffè. È un ospite consumato, sa come si riceve. Cominciammo a parlare, andammo avanti per ore, e, come molti Rwuandesi che ho incontrato, lui voleva che quella storia fosse raccontata. Per tutto il tempo fu incredibilmente diplomatico. Noi gli facemmo delle domande tostissime, e lui rispose sempre con incredibile grazia. Si poteva intuire dalle sue maniere impeccabili che quest’uomo poteva essere molto efficace con le persone, aveva un savoir-faire che incantava.





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