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Be Cool ovvero come adattare un sequel Parla lo sceneggiatore Peter Steinfeld
a cura di Simona Coppini

«I dialoghi di Elmore sono come un grande riff jazz. C’è un ritmo a ogni cambio. Un ritmo sincopato che non può essere interrotto. Ed eccomi a pagina tre, che scorro velocemente i dialoghi contando le pagine che si accumulano rapide, ad anni luce dalla scena in cui Tommy Athens viene freddato. Non posso tenere tutti questi dialoghi, pensai. Se lo faccio, entreremo nei primi 25 minuti del film senza che sia successo niente».

Peter Steinfeld,
sceneggiatore di Be Cool, è nato in New Jersey. Al suo attivo, lungometraggi come Analyze That, Snatching Sinatra, Drowning Mona. Steinfeld è stato ideatore e produttre esecutivo di diversi pilot di serie per CBS, Fox e Warner Bros.

Il telefono squillò. Era gennaio del 1995 e vivevo a Los Angeles da un anno, sperando di poter lasciare il segno come sceneggiatore hollywoodiano di successo. La voce mi disse di presentarmi alla Columbia Pictures. Era la telefonata che aspettavo. L’ingaggio? Assistente di produzione/Assistente Catering in un kolossal horror. Ero finalmente stato chiamato per il «Big Show».
Non ero mai stato in uno stabilimento di teatri di posa prima d’allora. Era come stare in un film. Comparse vestite da alieni per un film di fantascienza correvano da una parte all’altra. C’era Linda Fiorentino che faceva una pausa sul nuovo film.
Fuori dal Teatro 32, alcuni posti auto erano stati assegnati a nomi che non avevo mai visto in nessun film. Chili Palmer, Harry Zimm, Martin Weir. Conoscevo quei nomi, erano i personaggi del romanzo noir di Elmore Leonard, Get Shorty. Avevano appena finito di girare la scena finale in cui Chili e Karen (John Travolta e Rene Russo) escono di scena dal loro primo film Get Leo, salgono sul furgone e si dirigono da Morton’s per pranzo. Non vedevo l’ora di vedere il film.
STACCO SU: sei anni dopo. Get Shorty è diventato un classico. Adesso sono sposato e un giorno, durante il mio terzo anno da sceneggiatore nevrotico a tempo pieno, mia moglie, DeShawn, irrompe nel mio ufficio. Aveva appena finito di leggere un libro che le aveva spedito il mio agente. «È questo», disse. «Devi prendere questo lavoro o ti lascio». (Non penso che mi avrebbe lasciato davvero, ma mi sono sbagliato su tante di quelle cose da quando mi sono trasferito qui nel ’94). Si trattava di Be Cool, il nuovo romanzo di Elmore Leonard sulle avventure hollywoodiane di Chili Palmer.
La storia riparte qualche anno dopo avere lasciato Chili, che nel frattempo ha scritto Get Leo e il sequel, Get Lost. Con la passione per il cinema ancora intatta, Chili si sente frustrato dalla burocrazia hollywoodiana e dalle sue lungaggini. Dal processo agonizzante che bisogna affrontare per realizzare un film. In un bar, racconta la sua storia a Tommy Athens, un vecchio amico che a Los Angeles ha fatto molta strada nella musica. Dopo essersi scolato pinte di tè freddo, Chili sente il bisogno di un bagno. È appena uscito e si sta accendendo una sigaretta quando Tommy viene colpito a morte da un proiettile proveniente da un’auto in corsa. Chi aiuterà la vedova, Edie, nella gestione della loro etichetta musicale indipendente adesso che Tommy non c’è più? È così che Chili Palmer fa il suo ingresso nel mondo spietato dell’industria musicale. Mia moglie aveva ragione. Questo lavoro doveva essere mio.





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