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Cuore sacro film confuso
Nicola Vox

«In realtà il laicismo esasperato non sa cos’è la ricerca spirituale e per questo non vuole essere “messo in imbarazzo”. È rassicurante invece credere che la ricerca spirituale, alla fin fine sia impegno e volontariato sociale, casomai portate allo stremo (madre Teresa di Calcutta allora?) ed è una delle costanti di chi non ha l’umiltà di chiedersi cos’è la spiritualità e poi vedere se ne può fare un film o un racconto».

Nicola Vox,
è direttore amministrativo del Teatro Ambra Jovinelli di Roma. È stato a lungo redattore della Dino Audino e di Script.

«Siddharta Gautama apparteneva alla nobile famiglia dei Shakya. Il padre si sforzò di preservarlo dalla conoscenza del dolore e della sofferenza e per questo gli donò quattro parchi e tre palazzi fuori della città per abitarvi insieme con la giovane moglie (sua cugina, che gli dette un figlio). Nonostante vivesse al riparo dei suoi immensi giardini, Siddharta uscì quattro volte dalla sua reggia incontrando nell’ordine: un vecchio decrepito, un malato, un funerale con un cadavere portato al rogo, un asceta.
Questi incontri lo colpirono molto per cui una notte, dopo una festa (una delle tante organizzate dal padre per allietarlo), alla vista dei suoi ospiti addormentati scompostamente, fu preso da un grande disgusto e fuggì, iniziando una vita ascetica e sperimentandone varie forme, finché non trovò la sua “via”».

Cuore sacro di Ferzan Ozpetek non può non ricordare questa diffuso e conosciutissimo racconto della vita del Buddha.
Ma a differenza di questo racconto, che, nonostante i suoi tremila anni, come ogni struttura narrativa che si rispetti e che funzioni, consta di tre atti, di un tema, con tutte le articolazioni che farebbero felice una Linda Seger o un Truby o un Vogler (dalla chiamata dell’eroe alla discesa nella caverna, dal ritorno dal mondo dell’avventura con l’elisir al confronto con la morte ecc. ecc., compresi i ventidue “gradini” di Truby), Cuore sacro sembra voler infrangere tutto quello che correttamente può essere definito racconto, a partire dall’elemento fondamentale e cioè la verosimiglianza, che permetta allo spettatore di praticare quella sospensione dell’incredulità necessaria alla partecipazione emotiva, e non solo, alla narrazione.





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