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Il ruolo della fiction in una Rai autenticamente riformata
Renato Parascandolo

«Per tutti questi motivi, chi ha veramente a cuore “la centralità del servizio pubblico” (per usare le parole del Presidente Ciampi) e un autentico pluralismo di opinioni (che non può essere ricondotto a due (o tre network privati), dovrebbe, innanzi tutto, provvedere a liberare la Rai dalla stretta soffocante di queste due ganasce (partiti ed eccesso di pubblicità) dotandola di quel firewall istituzionale cui si è fatto cenno: una Fondazione indipendente retta da membri nominati, per un numero congruo di anni, dalle più alte cariche dello Stato».

Renato Parascandolo,
giornalista, già Direttore di Rai Educational è assistente del Direttore Generale della Rai. Ha ideato numerose opere multimediali e programmi televisivi. Tra questi: l’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, MediaMente, La storia siamo noi.

La fiction è un genere di servizio pubblico?
Se per “educazione” intendiamo l’assimilazione di modelli di comportamento, valori e visioni del mondo, allora bisogna convenire che la fiction televisiva svolge un’azione educativa (o diseducativa) molto più massiccia dei programmi informativi e culturali che, se per un verso, sono incomparabilmente più istruttivi, per altro verso esercitano una scarsa influenza sui gusti e gli stili di vita della popolazione anche a causa della loro collocazione ai margini dei palinsesti.
La fiction è un prodotto seriale a utilità ripetuta, destinato, cioè, a durare nel tempo, a differenza di altri programmi di intrattenimento come i talk show, i quiz e i varietà che si esauriscono nello spazio di una serata. Pertanto, la natura di questi ultimi è unicamente commerciale in quanto il loro valore è definito esclusivamente dalla quantità di telespettatori che riescono a catturare durante la prima e unica messa in onda. Questi programmi non sono altro che specchietti per allodole, i telespettatori, per invogliarli a vedere i “consigli per gli acquisti”: sono programmi a utilità immediata, “usa e getta”. Non hanno – ne pretendono di averlo – alcun valore al di fuori del mercato pubblicitario.
La fiction, inoltre, è simile ai film e ai programmi culturali anche perché, a differenza dei programmi di intrattenimento – tipicamente nazional-popolari, può – e deve – essere concepita anche per un pubblico internazionale, deve, cioè, poter essere esportata. Un motivo di più perché i suoi contenuti abbiano la consistenza necessaria per reggere nella lunga durata.
Da queste brevi considerazioni si può trarre una prima conclusione: la fiction non può sic et simpliciter essere relegata nell’ambito dei programmi commerciali, sia perché svolge una peculiare funzione “educativa”, sia perché non vive solo di pubblicità.





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