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Scrivere la biografia: il Biopic come transgenere
a cura di Giovanna GuidoniIntervista a Gino Ventriglia

«Il Biopic seleziona quello che deve rimanerci del passato, lo interpreta con categorie contemporanee e genera un immaginario che ha un forte effetto di realtà. Ma è solo una chiave finzionale tra quelle utilizzabili, esattamente come si utilizza l’Horror o la Science Fiction quando, forti di questo genere, spingiamo e distorciamo un aspetto, un’emozione per esploraree e rappresentare un aspetto particolare dell’uomo e della società».

Gino Ventriglia,
sceneggiatore, story editor e didatta. È stato co-autore del format di Un posto al sole. È docente dei Corsi per sceneggiatori organizzati da Script per la Rai.

Quest’anno, tre su cinque dei titoli candidati all’Oscar come Miglior Film erano film biografici: The Aviator, Ray, Finding Neverland. A questi vanno aggiunti Il segreto di Vera Drake (nomination per Miglior Regia) e Mare Dentro, che ha anche vinto la statuetta come Miglior Film Straniero. Ricordare i successi riscossi dalle fiction biografiche nelle nostre reti televisive è addirittura ridondante, basti citare solo Perlasca, Papa Giovanni, e, pochi mesi fa, Borsellino. Affrontare il Biopic vuol dire confrontarsi con un genere classico, con un evergreen che ha attraversato tutta la storia del cinema. La sua persistenza è dovuta alla sua flessibilità. Così è accaduto che siano state spesso opere a carattere biografico quelle che hanno modificato il modo di fare e di intendere il cinema: penso, ad esempio, a un film come Quarto Potere di Orson Welles. Dove risiede la forza di questo genere? E in che modo lo sceneggiatore può destreggiarsi tra compiti propri del lavoro di uno storico e quelli che riguardano più specificamente la costruzione drammaturgica, l’allestimento di una narrazione finzionale che prende le mosse da una vita realmente vissuta? Di queste e altre cose abbiamo parlato con Gino Ventriglia. Questo è il testo del nostro colloquio cui abbiamo tolto, come superflue, qusi tutte le nostre domande.

Nella struttura in tre atti si costruisce il personaggio inventando e allineando una sequenza di eventi che siano esattamente quegli eventi che al personaggio sono necessari come prove, superando le quali, riesce a crescere e a cambiare. Eventi e personaggio si determinano e si scelgono l’uno in funzione dell’altro: ciò che decidiamo di far accadere nel mondo del protagonista e nella sua vita è precisamente il correlato di quello che quel personaggio ha necessità di affrontare. È questa correlazione che rende la storia memorabile, meritevole di essere raccontata sullo schermo.

Quando si affronta la scrittura per il cinema o la televisione di una vita realmente vissuta – parlo di biografismo come transgenere, cioè di Biopic (biografic picture) – ci si trova a dover fare i conti con almeno tre ordini di problemi. In primo luogo, l’intervanto sulla versione comunemente accettata per ‘vera’. C’è poi la questione del Tema, ossia la specifica chiave interpretativa per cui la significatività di quella vita diventa rilevante per un pubblico vasto. E, infine, il rapporto che la storia di una vita particolare intrattiene con la “Storia”. È chiaro che sono tre fattori interconnessi, ma differenziarli aiuta a vedere meglio come stanno le cose.





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