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Il bambino e l'acqua sporca
Dino Audino

«Ma oggi la forma dominante, nata dal caso, è una necessità. Non una forma intercambiabile con un’altra qualsiasi. Per questo chi vuole lavorare nella fiction, che è il luogo in cui questa forma ha il suo “habitat naturale” deve imparare a conoscerla per praticarla e se vuole per innovarla».

Dino Audino
Editore. Negli anni ’70 e ’80 ha diretto la casa editrice Savelli. Ha fondato Script, ha creato e dirige il Corso di formazione per sceneggiatori Script/Rai.

Esiste ormai da tempo, e si va sempre più drammatizzando nella fiction italiana, una situazione di tensione crescente tra scrittura e organizzazione produttiva. Sembrerebbe una questione da affrontare sul terreno sindacale se non fosse che, alcuni articoli usciti su Script, coinvolgono nella questione aspetti teorici che ci riguardano. Dunque, giacché si tratta di discorsi numerosi e complessi, i cui livelli teorico-pratici tendono a sovrapporsi continuamente, chiediamo subito scusa se, per cercare di affrontarli, li tratteremo separatamente e con una sommarietà che fa torto allo spessore delle questioni. Ma bisogna pur cominciare.
All’ordine del giorno io vedo tre nodi con cui confrontarsi: la natura delle regole e il loro rapporto con il talento, la prevalenza di un’unica forma di narrazione, la natura del lavoro dell’editor in relazione allo scrittore. Cominciamo dal primo.
A quasi dieci anni dall’inizio dell’esperienza dei corsi di sceneggiatura Script/Rai. Il dibattito sulla fondatezza delle cosiddette regole non accenna a diminuire. Anzi si scopre, con una certa sorpresa, che non solo vi è una rosa di interpretazioni riguardo alla loro natura (un dibattito teorico la cui vitalità è qui auspicata e non messa in discussione) ma che verso tali “regole” si è acceso un clima di sospetto perché iniziano ad essere percepite come qualcosa di pericoloso, una minaccia più che un possibile strumento. Alla fin fine questa insofferenza, originata da uno stato di tensione sempre maggiore tra sceneggiatori ed editor, rischia, paradossalmente, di ridare dignità teorica al vecchio adagio secondo cui l’arte non si può insegnare perché, al di là di tecniche e strumenti che chiunque può apprendere, è il talento che fa la differenza. È l’anima che crea il suo corpo. Se si ha talento si troverà comunque il modo di costruirsi gli strumenti, se non lo si ha è inutile che li si apprenda. Il discorso, che viene dritto dritto dalla cultura romantico-idealistica, si basa su un assunto: da una parte ci sono le tecniche, le strutture, le regole, la materialità del fare, insomma il corpo. Dall’altra parte, separata da una guaina impermeabile, l’intuizione, la mente, il talento, insomma quell’anima che quella materialità può decidere o meno di usare a proprio piacimento. Sono posizioni antiche il cui fascino persiste tant’è che su questo stesso numero affiorano. Infatti in un articolo del mio amico Francesco Scardamaglia, sulla cui sostanza concordo in pieno, si sostiene che, una volta rispettati i vincoli di sintassi e grammatica – che a suo parere sarebbero l’equivalente delle nostre strutture – lo scrittore è libero di dispiegare il suo talento. Dunque, anche qui, forme strutturali assimilate a regole grammaticali e sintattiche stanno da una parte e talento creativo dall’altra.
Come ogni buona metafora, anche questa (“grammatica e sintassi”) ci illumina solo quel tanto, ci accompagna per un tratto di strada ma poi il resto del cammino dobbiamo farlo da soli. Perché se proviamo ad applicare la metafora alla lettera incappiamo in nuove confusioni. Grammatica e sintassi come si sa, pertengono al linguaggio e questo, ha essenzialmente una funzione comunicativa tra gli individui. È per tale motivo che i codici attraverso cui si comunica devono avere una quanto maggior possibile univocità interpretativa, altrimenti c’è il rischio babele. Ma nelle arti in che termini possono esistere le stesse due categorie, visto che lì ci deve essere sì comunicazione ma soprattutto espressione? E, come dicono i semiologi, il messaggio a funzione estetica è strutturato in maniera ambigua rispetto a quel sistema di attese che è il codice. Discutiamone.
Abbiamo poi un altro genere di riserva mentale nell’affidarci a questa metafora. Riguarda il rischio di sovrapporre e al limite confondere narrativa e drammaturgia, solo perché entrambe pertengono alla scrittura, sottostimando il grande divario esistente tra le due. Parlo ovviamente della necessità per la sceneggiatura di creare una struttura emozionale capace di catturare il pubblico in tempo reale e in condizioni di fruizione profondamente differenti da quelle della lettura. Per questo, tra gli altri motivi, riteniamo più efficace parlare di “forme” e di “strutture” che di per sé non evocano prescrittività, come invece avviene usando il termine “regole” di sintassi e grammatica.





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