home titolo
chisiamochisiamoarchivioscriverepromuovereforummateriali


Ultimo numero
Archivio di Script

Articoli dello stesso autore








search



Andare oltre gli attuali orizzonti della fiction italiana
Gino Ventriglia


Per questa via, pensare ad un riposizionamento - un salto di qualità - della fiction nel suo complesso diventa una scelta obbligata: se si intende rivitalizzare un rapporto con il proprio pubblico tradizionale, ma soprattutto ampliarlo a segmenti – più giovani e più colti - che attualmente sono refrattari a forme di racconto avvertite come logore e meramente conservative.
In che direzione muoversi? Negli ultimi anni, alcune indicazioni sono emerse: investire in fasce orarie diverse dalla prima serata, dove cioè la pressione dell’audience sia minore e si possa perciò sperimentare di più; investire in generi poco praticati – il fantasy, il thriller, il fantascientifico – trattandoli in modo appetibile anche per un pubblico generalista; investire nella produzione di sit-com - un genere popolare dal potenziale enorme - sottraendo la risata al monopolio del varietà e del cabaret; investire nella produzione di tv-movie, dove la limitatezza dell’investimento può consentire qualche livello di sperimentazione. Ma su queste linee è evidente che pesano limiti industriali e culturali.
Certamente, l’introduzione di innovazioni sul piano dei toni e dei contenuti valoriali è più realizzabile. Facciamo un esempio.
In uno degli episodi più famosi di ‘ER – Medici In Prima Linea’ – quello della quinta stagione intitolato ‘The Storm’ – si sviluppa una storia particolarmente significativa per le sue implicazioni:
Ricky è un ragazzino, paziente incurabile, affetto dalla nascita da una malattia che gli causa acuto dolore fisico; il pediatra Doug Ross (George Clooney) non può far altro che somministrargli farmaci che gli allevino la pena. All’ennesima, disperata richiesta della madre di portarselo a casa, Ross acconsente; le affida la macchina somministratrice del farmaco lenitivo – spiegandole che dosi troppo ravvicinate potrebbero essere letali. La madre chiede di avere un’infermiera a casa, non sa usare la macchina, ma Ross gliene spiega il semplice funzionamento, e il modo per aumentare il dosaggio del farmaco; la donna se ne va. Il bambino muore, è la madre stessa che, per risparmiare un inutile strazio al bambino e a se stessa, ha intenzionalmente rilasciato un dosaggio troppo alto. Ha solo anticipato di qualche ora l’ineluttabile fine del figlioletto.
Il padre del bambino, avvocato separato dalla moglie, non ci sta: fa causa all’ospedale, Ross può essere incriminato per omicidio. Gli inquirenti interrogano Ross, il quale si giustifica spiegando che nella sua vita professionale ha visto tanti, troppi bambini innocenti soffrire, e altrettanti genitori disperarsi impotenti: in quella circostanza, in cui nulla poteva più fare per il paziente, ha scelto di aiutare almeno una madre.
La sequenza è potente, ci commuoviamo. Ross è stato spinto dalla pietà: come non capirlo? come non giustificarlo? In genere, questo livello - il melodramma alto - rappresenta il massimo che le analoghe fiction italiane cercano – da ‘Una Donna Per Amico’ ad ‘Amico Mio’; invece John Wells, il maggiore sceneggiatore di ‘ER’, si spinge oltre.
L’inquirente replica infatti a Ross che lui comprende pienamente il dolore di fronte alla sofferenza di un ragazzino e di sua madre, ma non è quello il punto in discussione; ciò di cui lo si accusa è altro. Ciò che è ingiustificabile è l’aver delegato alla madre una scelta che toccava solo a lui; era lui il medico del bambino – era sua la responsabilità della decisione. Ross rimane senza parole, non sa cosa rispondere. E’ venuto meno alla più grande delle sue responsabilità: noi spettatori siamo pienamente coinvolti in un dramma nella sua forma più alta, il dramma etico di un uomo che è venuto meno al suo giuramento, al vincolo sacro che lega il medico al suo paziente.
Lo scarto, dalla dimensione melodrammatica (una scelta dettata dalla pietà) a quella etica (il venir meno del principio di responsabilità personale) permette all’episodio di raggiungere una una ‘verità’ profonda e universale, una drammaticità non meramente consolatoria. Ross ne esce come un ‘eroe’ che ha sbagliato, tra due scelte - forse entrambe giuste - ha compiuto quella meno giusta.
Se vale per il ‘medical’, questo ‘tono’ che difficilmente ritroviamo nelle serie italiane vale a maggior ragione per generi come il poliziesco o il courtroom drama. Nella persecuzione dei crimini il guerriero-poliziotto o il guerriero-avvocato rischia la vita propria, è disposto anche ad uccidere o a morire, perché trionfino la legge e la giustizia. Spesso la loro lotta non è soltanto su un piano di Bene versus Male, ma, nelle serie più complesse, anche di Giusto versus Ingiusto. Uno dei temi più avvincenti è proprio il conflitto tra Legge e Giustizia: all’interno di questa forbice, il poliziotto e l’avvocato sono spesso chiamati a dover operare delle scelte che chiamano direttamente in causa la propria coscienza, i propri convincimenti morali. Catturato un assassino (il Bene, la Giustizia trionfano) che viene poi rilasciato per mancanza di prove (il Male, i limiti della Legge umana) qual è il comportamento ‘giusto’ per il poliziotto che sa della sua colpevolezza? Un avvocato che ha acquisito una prova inoppugnabile a carico dell’imputato (trionfo del bene) per vie illecite (‘ingiuste’) deve utilizzarla in tribunale o no?





Articoli dello stesso autore

What's the story about? Intervista con lo story editor Dick Willemsen [non disponibile]
Gino Ventriglia Gino Ventriglia Gino Ventriglia Gino Ventriglia Gino Ventriglia Gino Ventriglia Gino Ventriglia Gino Ventriglia Gino Ventriglia Gino Ventriglia Gino Ventriglia Gino Ventriglia Gino Ventriglia Gino Ventriglia Gino Ventriglia - Script 5



mail inc