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Andare oltre gli attuali orizzonti della fiction italiana
Gino Ventriglia

Nel corso dell’ultimo decennio la fiction italiana ha costruito un rapporto solido con il vasto pubblico generalista: insieme causa ed effetto di una straordinaria espansione della produzione, sia quantitativa sia qualitativa. Un processo di conquista del proprio pubblico che, ad esempio, il cinema italiano ha avviato solo da qualche anno, peraltro con risultati alterni e a rischio di reversibilità.
Eppure, se nel suo complesso la fiction di entrambi i network riesce a realizzare numeri importanti e significativi in termini di audience, va rilevata la percezione diffusa tra gli operatori, e tra le fasce di spettatori più consapevoli ed esigenti, che la fiction televisiva italiana mostri un indebolimento della propria spinta, una carenza di direzione e di prospettive di sviluppo – soprattutto sul piano dell’innovazione qualitativa.
Lo scontro sulla fiction tra le ammiraglie dei sistemi pubblico e privato passa in gran parte per il terreno privilegiato delle miniserie in due puntate, concentrate sul biopic (storico, religioso, sportivo, cronachistico) e sulle trasposizioni letterarie. E’ da notare, di passaggio, come il sistema misto duopolistico italiano si caratterizzi per la programmazione di una fiction competitiva non per differenza, quanto per similarità – elemento espresso con evidenza palmare proprio dalle miniserie ‘doppie’ su Padre Pio e su Papa Giovanni XXIII e rivelatore di un orizzonte ‘stretto’ e poco dinamico in cui si muovono gli indirizzi editoriali dei network.
I costi elevati delle miniserie non consentono di rischiare più di tanto nell’innovazione, con il risultatato che non si riesce, per il loro stesso formato breve, a realizzare una fidelizzazione di fasce significative di pubblico, obiettivo specifico della serialità media o lunga.
Secondo alcuni, si tratta di una tendenza che caratterizza la fiction della televisione generalista al tempo dell’esplosione dell’offerta dei canali satellitari, dell’annunciato avvento del digitale terrestre con la promessa della moltiplicazione dei canali, dell’aumento nel consumo homevideo e DVD, e così via: una fiction fatta di ‘eventi’ capaci di attirare un ampio pubblico, di vincere le due serate, senza mirare a permanere più di tanto nell’immaginario dello spettatore e senza richiedere un appuntamento ‘troppo vincolante’ allo spettatore.
Sta di fatto che è appunto la serialità media e lunga di prima serata a mostrare segni di stanchezza nella propria capacità di rivitalizzare sia i generi più tradizionali (fondamentalmente, le arene legate alle ‘professioni’: poliziotti, avvocati, medici, preti, giornalisti), sia gli ‘ingredienti’, i toni, con cui sono cucinati in Italia (fondamentalmente, il melò, la commedia bonaria, il dramma più o meno ‘pesante’, il giallo).
Questi generi e questi toni sono ormai ben incardinati nel consumo del pubblico televisivo nostrano. Se tale radicamento costituisce certamente un importante risultato che la fiction ha realizzato nel corso di un decennio, il rischio odierno è che quello stesso risultato si trasformi in un pesante limite: la difficoltà, che in termini di sistema diventa impossibilità, di rinnovare i contenuti e le modalità narrative, di rischiare nuovi toni e contaminazioni con generi più ‘freschi’.
Dopo l’era dei grandi sceneggiati fino agli anni ‘70, poi del consumo di fiction d’acquisto e delle Piovre negli anni ’70 – ‘80, poi ancora dei primi passi di una produzione autoctona nei primi anni ‘90, oggi la fiction di prima serata si trova di fronte ad un punto cruciale della sua storia: la posizione più che rilevante nei palinsesti di prima serata si è nel tempo consolidata, ma senza cogliere molte delle occasioni offerte dalla grande disponibilità del pubblico italiano.
La richiesta di produrre sequel di serie di successo - anche al di là del reale gradimento da parte del pubblico - o serie simili a quelle che hanno avuto successo in passato, o simili a quelle che stanno avendo successo sul network concorrente, non contempla, o limita, effettivi apporti innovativi: soprattutto, incoraggia un ‘manierismo’ nel raccontare le storie, una modalità narrativa (e drammaturgica) un po’ stucchevole e artefatta, spesso solo consolatoria, raramente capace di sorprendere ed emozionare, sicuramente inadeguata a mettere in scena una società che cambia velocemente. Sono sintomi della difficoltà del sistema a guidare e anticipare le aspettative del pubblico, anziché seguirle meccanicamente.
A fronte di tale ‘maniera’, il nostro ‘presente’ quotidiano è - paradossalmente – ‘più’ rappresentato in televisione dal reality show, nelle sue molteplici varianti (celebrity show, emotainment, utility tv, ecc): dove il massimo di arbitrarietà e artificiosità di ‘setting’ del reality show si coniuga con emozioni, sentimenti, reazioni, modi di essere e di pensare che i partecipanti provano e rivelano ‘in diretta’, con un ‘effetto di verità’ di gran lunga superiore alla maggior parte delle fiction in circolazione, per quanto realistiche e memorabili siano le storie che raccontano.





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