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1000 ore di fiction per fare industria di settore
Agostino SaccàIntervista a cura di Script

Come consuetudine, anche questa volta Script ha incontrato il nuovo responsabile di RAIFiction. All’intervista, oltre a Francesco Scardamaglia e Dino Audino, ha partecipato Paola Masini, dirigente di RAIFiction.

Script: La prima domanda riguarda le strategie editoriali. Spesso nelle fasi di transizione, la televisione commerciale dà un’immagine di casualità di scelte, segue il momento, cambia strategia, a seconda che un programma abbia avuto successo oppure no. La televisione pubblica invece ha un’immagine più forte, una strategia più forte. Dunque volevamo partire dalla linea editoriale.
Agostino Saccà: Noi non abbiamo il problema di reinventare una linea editoriale: la linea editoriale in realtà c’è da anni, forse a volte senza una consapevolezza dichiarata. È come se un filo rosso, qualche volta sottile, qualche volta più marcato e riconoscibile, abbia sempre legato e tenuto insieme – dai tempi degli sceneggiati, dagli anni Sessanta a oggi – il modo di fare fiction della Rai, il modo di raccontare. Ci possono essere stati dei tempi di smarrimento e di confusione, ma c’è sempre stato il dato di fondo di un servizio pubblico comunque al servizio di un sistema paese e di una comunità. La fiction della Rai è stata fondamentale negli anni Sessanta e Settanta per migliorare il livello culturale di questo paese. È stata utile per far conoscere la letteratura, i grandi racconti popolari, e non solo quelli scritti dagli italiani, ma anche dai grandi autori europei. Il racconto della fiction è stato importante nella creazione dell’immaginario collettivo degli italiani. Pensiamo, per esempio, a La Piovra. Su La Piovra c’è stato un dibattito che ancora non è finito. Personalmente credo che La Piovra sia stata importantissima nella storia civile del nostro paese, perché ha aiutato enormemente la presa di coscienza del problema mafia e della pervasività terribile di quel fenomeno, dando forza e coraggio anche a chi doveva contrastarlo. Anche se le ultime serie mi sembra siano diventate un po’ di maniera, non rispecchiando più i cambiamenti sociali e politici avvenuti nel frattempo, tuttavia La Piovra è un esempio limite di ciò che la fiction rappresenta per il servizio pubblico. Cioè qualcosa che va al di là della semplice – sia pur difficilissima – capacità di raccontare e fare ascolto, per andare invece a toccare la struttura portante dell’immaginario della comunità, il suo modo di percepirsi, di specchiarsi e di intendersi. La linea editoriale quindi c’è ed è tracciata da tempo: raccontare l’Italia e massimizzare gli ascolti. Ottenere ascolti elevati vuol dire riuscire a trovare quella combinazione alchemica, misteriosissima, di efficacia narrativa, di capacità poetica e di meccanismo industriale che riesce a confezionare il prodotto dalla scrittura fino alla postproduzione.
L’ascolto è il primo metro della qualità del nostro prodotto. Se la televisione è un mezzo che può raggiungere l’universalità, allora la qualità è raggiungere questa universalità. Quindi prima cosa gli ascolti, non per una deriva commerciale, ma per essere fedeli al linguaggio e all’obiettivo del nostro mezzo. Essere sempre consapevoli che dobbiamo fare grandi racconti popolari e grandi ascolti. Tenendo presente che il nostro prodotto va a toccare corde sensibilissime e indifese, proprio perché è un prodotto che supera la censura razionale del telespettatore e ne manda in sonno la razionalità prendendolo sulle emozioni. Per questo dobbiamo avere grande senso di responsabilità, certamente non perché dobbiamo essere educativi, ma perché nella comunità ci sono dei valori condivisi che vanno rispettati. Questi valori vanno visti in maniera dinamica e non statica, perché noi dobbiamo preservare i valori condivisi, ma aiutare anche il cambiamento. Bisogna tener conto che il nostro paese ha meno di centocinquanta anni di Stato unitario e anche se ha lingua, cultura e religione comuni, tuttavia ha una storia difficile nel rapporto tra le classi dirigenti che si sono succedute dall’unità d’Italia a oggi. Le nostre classi dirigenti non si sono mai integrate per cooptazione o per stratificazione ma si sono combattute in maniera spesso terribile e faziosa. La nostra comunità ha per certi aspetti un tessuto fragile. È nostro dovere, come editori del servizio pubblico, avere la consapevolezza di questa fragilità e fare tutto quello che è possibile con i nostri racconti per contrastarla. Credo che quello che noi abbiamo fatto con Perlasca o con La guerra è finita sia stato importante per il superamento di fratture ideologiche che ancora restavano e per la presa di consapevolezza di una verità storica più profonda rispetto a una contrapposizione ideologica. Più forte di tutti i revisionismi, di tutti i dibattiti, di tutti gli articoli.

Paola Masini: Sulle linee editoriali è indubbia la continuità: in particolare negli ultimi anni, da quando la fiction è diventata regina dei palinsesti, i racconti, salvo eccezioni, sono riconoscibili secondo due filoni fondamentali. Il filone storico, sulla storia recente, con i grandi eventi e con le biografie di grandi personaggi, ed il filone legato alla quotidianità contemporanea. La televisione attraverso la fiction ha raccontato l’Italia in molte delle sue innumerevoli sfaccettature. Ora stiamo anche cercando di esplorare nuovi territori.
A.S.: Non c’è dubbio. Penso che dobbiamo mantenere questi due grandi filoni, ancorati al racconto popolare. La grande storia, la storia del paese vista attraverso la fiction o la storia dei grandi personaggi, sono storie epiche, popolari. Così anche il quotidiano in qualche modo drammatizzato, o passato attraverso il filtro della commedia, è un altro grande racconto popolare. Tuttavia è necessario esplorare altri territori. Altri territori come codici di racconto. Finora abbiamo parlato di quello epico e di quello comico, ma tutte le storie quotidiane passano attraverso il filtro della commedia o del dramma. Però noi italiani non sempre riusciamo a raccontare il dramma; paradossalmente riusciamo a raccontarlo bene soltanto attraverso il codice della commedia, la commedia amara. Sembra che il codice della tragedia non ci appartenga. Non a caso non c’è mai stato un grande drammaturgo in questo paese. Mi viene in mente che, ad esempio, uno dei personaggi più tragici della storia italiana, Machiavelli, che ha sentito profondamente la tragedia del potere, quando è passato dalla saggistica al teatro, ha scritto commedie. Siamo invece bravissimi a raccontare il dramma in una maniera strepitosa attraverso il codice della commedia. La commedia ci riesce molto bene. Ma ci sono tanti altri codici che dobbiamo mettere a frutto, quelli più popolari. Stiamo usando il giallo e il poliziesco, e li dobbiamo usare di più. Il fantastico è un altro territorio importante per una tv generalista, perché il fantastico riesce a passare, come il comico, trasversalmente per tutti i target. Perché siamo tutti bambini in qualche modo, o bambini di ritorno. Quindi non solo il “giallo” o il noir, ma anche il mistery. Bisogna riuscire a trovare il codice, la giusta chiave di racconto. È importante cominciare. E lo stiamo facendo. Intanto esplorarli sul piano della scrittura. Stiamo avviando una serie di esperimenti di scrittura anche a livello produttivo. Su questo, però, dobbiamo muoverci con grande prudenza. Noi dovremmo avere la possibilità di sperimentare su reti minori un certo tipo di generi e di codici. Prima l’azienda deciderà la fusione della fiction di Rai3 con tutta la fiction, prima avremo uno strumento di sperimentazione. Ritengo che il territorio della sperimentazione sia Rai3, e non Rai2, perché Rai2 è una rete generalista, anche se non ipergeneralista come la rete ammiraglia. Rai3 è il territorio giusto per sperimentare il mistery, il fantastico, con costi non altissimi, dandosi un obiettivo di ascolto dell’8-9%.

P.M.: È importante poter produrre anche per fasce orarie diverse, valicando il limite della prima serata.





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