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Ciò di cui vogliamo parlare. Altre considerazioni sul tema
Nicola Lusuardi


Domandarsi di cosa parla una storia, significa definire con chiarezza la differenza tra soggetto (la materia narrativa, il plot) e il senso, ossia ciò di cui quella materia è rappresentazione narrativa. Si tratta, come è facilmente intuibile, di restare nel solco della definizione semplificatoria ma efficace di storie come metafore particolarmente complesse.
Questo sembra un punto di partenza semplice e chiaro.
Ma da qui in poi le cose si complicano. Si complicano perché ciò che a noi interessa del tema è la sua funzione costruttiva, quindi gli strumenti che ci permettono di usarlo nella costruzione di un organismo complesso e dinamico come una sceneggiatura.
Si complicano allora perché nella prassi del lavoro, il sentimento di una storia e l’intuizione di un soggetto possibile, precedono largamente la chiarezza su “ciò di cui vogliamo effettivamente parlare raccontandola”. E siccome le storie nascono come intricate figurazioni dello psichismo di chi scrive, la ricerca di chiarezza rischia di perdersi nell’introspezione o nell’intellettualismo e innescare sterilità e insofferenza.
Nondimeno però, come sottolinea Scardamaglia, ogni qual volta uno sceneggiatore viene chiamato a lavorare su un testo letterario, su una biografia, su un fatto di cronaca o su un soggetto esistente, sente prima di tutto il bisogno di rispondere alla domanda, come lo racconto? E si accorge che per rispondere deve prima aver risolto un altro problema: ma tutto questo per me che significa? Dunque il fuoco tematico diventa premessa necessaria alla scrittura.
A ben vedere, nell’uno e nell’altro caso, ci troviamo di fronte a problemi di identità narrativa e stilistica. Questo accade perché il tema è l’espressione più profonda dell’identità del rapporto tra autore e soggetto e ne definisce l’assoluta unicità. La prassi di scrivere in due o più coautori è una delle reazioni operative a questo primo livello di complessità: il dialogo permette un processo di focalizzazione meno vulnerabile allo psichismo del singolo.

Si accede a questo punto a un secondo livello di complessità, ben identificato dalla domanda: di che cosa consiste un tema?
Quando si lavora a un soggetto, alla domanda “di che cosa sto parlando ecc.” spesso ci si accontenta di rispondere: “sto parlando dei rapporti tra padri e figli” (potrebbe essere il caso di Magnolia). E questo determina immediatamente un sentimento di incompletezza e insoddisfazione.
All’opposto quando si parla di un film compiuto, si tende a definirlo con affermazioni complesse: “i rapporti tra padri e figli sono improntati alla violenza, psichica o fisica che sia”. Ma questo trasforma il tema in una tesi e le attribuisce una natura statica, altrettanto insoddisfacente.





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