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La meglio gioventù: si può innovare rischiando di perdersi il pubblico?
Dino Audino

“Stringatamente possiamo dire
che le prime due puntate
sono narrate secondo un metodo
essenzialmente letterario,
da romanzo, che procede per accumulo, laddove le seconde due
procedono per progressione,
secondo una costruzione
più efficacemente drammaturgica.”

Premettiamo subito, a scanso di equivoci, che stiamo per parlare di un film di sei ore per la tv che rappresenta il meglio di quanto prodotto dalla Rai negli ultimi anni. Un film in cui le quattro componenti fondamentali – scrittura, produzione, regia e recitazione – sono espresse al massimo livello in modo tale da potenziarsi reciprocamente. Detto questo, siccome non crediamo al motto per cui squadra che vince non si tocca, proviamo a evidenziare quelli che a noi sono sembrati i punti deboli. Non per pedanteria ma perché, nello specifico, certe scelte di scrittura, quando ci si rivolge ad un pubblico che vedrà il film a casa in quattro parti in serate diverse e non nel buio di una sala in un unico spettacolo, ecco che quelle scelte rischiano di danneggiare l’ascolto. E siccome la tv generalista dal pubblico non può prescindere, di questo andrebbe tenuto conto in fase creativa. È un limite? Sì lo è. Ma è un limite che non limita chi ha talento, anzi lo esalta perché lo sfida ad esprimersi attraverso forme originali che superino quell’ostacolo e non lo ignorino. Ed è quanto hanno cercato di fare Rulli e Petraglia. In concreto dunque, parlare della prima parte di La meglio gioventù è anche l’occasione per riflettere su un problema centrale per gli scrittori di cinema: quanto è possibile innovare, forzando la struttura classica della drammaturgia, senza mettere in crisi il rapporto con il pubblico.





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