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Liberarsi di chi si vuol liberare dalla schiavitù dell’audience
Dino Audino


«...ogni volta che sento un intellettuale dire peste e corna della televisione so di avere di fronte un cretino.»
Javier Cercas, da
Soldati di Salamina (Guanda)

Anche quest’anno, all’inizio dell’estate, è tornata puntuale la polemica sulla qualità della TV di Stato e sul declino dell RAI. Ora il motivo per cui ci tocca parlarne prescinde dal contingente e cioè dal ritorno del monopolio di fatto, dal conflitto d’interessi e dalla legge Gasparri. Il ridimensionamento della RAI infatti è qualcosa di più grave di un semplice disegno politico, è purtroppo una tendenza storica delle TV pubbliche di tutti i paesi.
Se non si inquadra il dibattito sulla qualità in questo contesto, si rischia di continuare a dire e a fare le sciocchezze del passato, quando una ministra sosteneva che la RAI, per fare qualità, doveva produrre più documentari geografici, o un presidente dell’azienda pensava che fare cultura televisiva volesse dire trasmettere il Don Carlos in diretta al posto del TG1.
Qualsiasi ragionamento sulla qualità non può che partire dalla constatazione che la TV di Stato, in Italia come in gran parte dell’Europa, da quando non è più in posizione di monopolio, per evitare di ridurre sempre più il proprio mercato a vantaggio della TV commerciale, deve misurarsi e sfidare questa sul suo stesso terreno. Ma è chiaro che così facendo rischia di perdere la propria identità, cioè la ragione stessa della propria esistenza in quanto servizio pubblico. Come si vede, è un problema un tantino più complesso e certamente non liquidabile dando del deficiente a chi cerca di confrontarsi con questa erosione ormai fisiologica del pubblico RAI. Quanto meno perché sono in ballo almeno tre cose: la prima, la più difficile, riguarda proprio il concetto di TV di servizio pubblico. Siamo sicuri che oggi debba essere lo stesso di 50 anni fa, quando la RAI è nata? Forse sarà il caso, in tempi in cui si modifica persino la Costituzione, di modificare, prima ancora che le norme, il nostro modo di pensare al servizio pubblico e ai suoi compiti. In altre parole di ridisegnare l’identità della RAI. Secondo: è giusto o no inseguire il pubblico, cioè difendere gli ascolti RAI, o bisogna liberarsi dalla schiavitù dell’audience? Terzo e conseguente: se si decide che quel terreno va difeso, esistono modalità che, come sempre più spesso avviene, non abbassino il livello della TV pubblica a quella di certi programmi della TV privata?
E tutto questo è affrontabile in una situazione come quella ridisegnata dall’arrivo di Murdoch e delle sue decine di canali criptati che porteranno la TV generalista ad essere sempre più una TV vista solo dalle classi subalterne?
Il rischio grave che si sta prefigurando è che di fronte a una RAI che pratica una difesa degli ascolti, inseguendo la peggior Mediaset, si contrapponga una proposta altrettanto suicida, consistente nel minoritarismo elitario che spinge perché la TV di Stato si affranchi dal mercato in nome di una qualità per giunta non a fondo definita. Il tutto aggravato dal fatto che la posizione elitaria è ora sostenuta da una convergenza trasversale tra destra conservatrice e sinistra snob che allo slogan RAI di tutto di più contrappone di fatto un di meno ma meglio. Capita così di leggere su Repubblica il conduttore in altre epoche di un bellissimo e popolare Telefono giallo, affermare che «l’ascolto è inversamente proporzionale al livello della trasmissione», dunque se vogliamo fare qualità bisogna rinunciare ai grandi numeri. Una logica per cui, se fosse vera, Perlasca, Montalbano e Papa Giovanni, dall’alto dei loro risultati, dovrebbero essere delle schifezze e all’inverso Max e Tux o La zingara, sospesi per mancanza di spettatori, dei capolavori assoluti. Ma il paradosso ha invece un suo senso profondo. Perché mentre ci si affanna a chiedere lo sganciamento dal mercato e, come novello Spartaco, si lotta per affrancarsi dalla schiavitù dell’audience, proprio quegli esempi tra i tanti dimostrano che si può fare qualità e quantità di ascolti insieme, come si può fare cose stupide che non raccolgono ascolti. Lo sganciamento dalla risposta del pubblico non garantisce niente anzi aggrava.





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