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Phone booth: come scrivere un film impossibile. Parla lo sceneggiatore Ronald Harwood
Larry Cohen




Se fossi entrato in un importante studio di Hollywood e avessi fatto un pitch di un film che si svolge tutto all’interno di una cabina telefonica, sarei stato scaraventato fuori dalla finestra. La premessa suona assolutamente assurda, ma per 20 anni mi ronzava nella testa, e mi chiedevo come avrei potuto fare per farla funzionare. Alla fine mi venne l’idea, e in meno di cinque minuti buttai giù degli appunti e capii esattamente la direzione che doveva prendere la storia. Poi mi ci volle solo una settimana per mettere il tutto in forma di sceneggiautra e arrivare a una prima stesura completa.
Per qualche strano motivo, decisi di scriverla a mano: sentivo l’energia che scorreva lungo il braccio e si trasferiva al foglio. Non vedevo l’ora di tornare al lavoro, per vedere quale sarebbe stata la prossima battuta. Nella storia c’erano svolte che non avevo pensato prima. Venivano naturalmente, da sole. I personaggi presero il comando, e quando questo succede si scrive al meglio. Il mio subconscio stava facendo gran parte del lavoro.
Forse scrivere Phone Booth era una reazione all’insoddisfazione che provavo nei confronti dei film usciti in quel periodo. Nella maggior parte di questi, gli interessi della produzione avevano sopraffatto la storia e i personaggi. Puntavano solo a fare un’esplosione più grande dell’altra, ad avere uno stuntman più azzardato del precedente. I film erano sovraccarichi, e in genere quando arrivavano a metà mi avevano già annoiato. Non c’era nessuna vera invenzione, solo eccesso. Anche i trailer avevano cominciato ad assomigliarsi, al punto che sembrava fossero stati montati tutti dalla stessa persona.
Desideravo disperatamente fare qualcosa di radicale. Volevo creare il film più piccolo che fosse mai stato fatto. E quale spazio potrebbe essere più piccolo dell’interno di una cabina telefonica?
Il progetto era nato in realtà 25 anni prima, in uno dei miei pranzi con Alfred Hitchcock. Hitchcock in genere mangiava la sua solita bistecca con patatine fritte nel suo bungalow alla Universal. Avevo incontrato il grande regista quando avevo cercato di scrivere una sceneggiatura per lui, intitolata Daddy’s Gone A-Hunting. All’inizio avevo fatto un pitch della storia ad Hitchcock al St. Regis Hotel a New York, e lui ne era rimasto assolutamente entusiasta. Poi però gli executive della Universal lo avevano convinto a lasciar stare, ma io misi rapidamente assieme una sceneggiatura insieme al mio amico Lorenzo Semple Jr. (che aveva una buona reputazione grazie a successi come Papillon e Three Days of the Condor). Quando portai il copione a Hitchock, gli piacque, ma commentò: “È meraviglioso, ma non hai lasciato niente da fare per me”.
Era vero. Avevamo scritto un intero film alla Hitchcock senza la sua partecipazione. Dal momento che la scrittura era probabilmente la parte che preferiva nella produzione, lo avevamo totalmente escluso dal processo. Passò comunque la sceneggiatura a Joan Harrison, suo produttore di lunga data, che voleva realizzarla. Ma prima che si potesse concludere l’affare, ricevemmo un’offerta incredibile dal regista Mark Robson (che alla fine ne fece un film davvero brutto).
Comunque, i pranzi con Hitchcock erano sempre un processo di lavorazione di tre ore, nelle quali lui ti regalava storie e idee per film che non avrebbe mai realizzato e aneddoti su orrendi omicidi. Gli piaceva dare spettacolo.





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