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Chicago: come ho scritto il musical
Bill Condon




Questa è la scena. Roxie Hart è nella prigione della Contea di Cook in attesa di essere processato per omicidio, con il Procuratore Distrettuale che promette di farla condannare a morte. La guardiana del carcere, Mama Morton, dice ad Hart che la sua sola speranza è assumere Billy Flynn, “il migliore avvocato di tutta Chicago. Non ha ancora perso neanche una causa per una cliente donna”. Rullo di tamburi, poi si accendono le luci su un Maestro di Cerimonie. “Signore e signori, ecco a voi il Principe dalla lingua d’argento delle aule di tribunale, l’unico e solo Billy Flynn”. Compare Billy in controluce, in smoking. Canta “L’unica cosa che mi interessa è l’amore” e fa un balletto con sei showgirls, nel quale esegue uno spogliarello, rimanendo in mutande.
Questo è un numero dello spettacolo originale di Chicago, per il teatro, il musical di Bob Fosse, John Kander e Fred Ebb che ha debuttato nel 1975. La scena è un’abbagliante presentazione del personaggio, un vaudeville composto da un pastiche di canzoni che fa da ironico contrappunto a ciò che già sospettiamo di Billy, cioè che l’amore è l’ultima cosa che lo preoccupa. Ardito, divertente e astuto – e una buona illustrazione del perché ci è voluto così tanto perché Chicago arrivasse al cinema.
Un nuovo approccio ai musical
Chicago arrivò subito dopo un’altra collaborazione tra Fosse, Kander ed Ebb, la versione cinematografica di Cabaret. Cabaret rappresentava una reivenzione radicale del musical cinematografico, in cui tutti i numeri si svolgevano sul piccolo palco del Kit Kat Club. Le canzoni dell’era di Weimar facevano da sarcastico commento al plot, facendo luce sulle intricate storie personali dei personaggi principali, ma anche sulla crescente minaccia del nazismo nella Berlino degli anni Trenta. Quando Sally Bowles (Liza Minnelli) alla fine consuma la relazione con il suo ragazzo bisessuale Brian (Michael York), non abbraccia il cuscino per cantare “Avrei potuto danzare tutta la donna”. Al contrario, scene della loro fragile convivenza quotidiana vengono alternate a una ballata malinconica, “Forse questa volta sarò fortunata. Forse questa volta resterà”. Lei canta davanti a un piccolo pubblico al club, cercando disperatamente il loro consenso. Ma quando finisce, nessuno applaude. Il destino senza speranza della loro relazione è catturato perfettamente in quel momento. Cabaret rappresentò un nuovo sorprendente approccio, per il quale tutto quanto doveva essere funzionale alla metafora centrale. “La vita è un cabaret”.
La musica è funzionale al tema
Poi arrivò Chicago, nel quale Billy Flynn presenta il tema di base. “È tutto un circo, ragazzi. Un circo a tre piste. Questi processi, il mondo intero, tutto fa parte del mondo dello spettacolo”.
Anche qui nessuno si mette a cantare nel bel mezzo di una scena. I personaggi fanno invece dei numeri di vaudeville che commentano l’azione, tutti basati sugli spettacoli di varietà dell’epoca. Il primo numero di Roxie è una canzone triste del tipo reso famoso da Helen Morgan. La guardiana del carcere fa un numero sfacciato alla Sophie Tucker, il marito cornificato di Roxie ha un numero da clown alla Bert Williams e la cronista che fa servizi su casi patetici si rivela essere un uomo travestito.





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