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Julian Moore ovvero cominciare a parlare della tecnica dell'attore
Paolo Asso




Anni fa mi è capitato di parlare con un giovane medico che lavorava come ricercatore. Per raccontarmi di cosa si occupava prese spunto, curiosamente, dalla riproduzione di un celebre quadro di Klimt, appesa nella stanza in cui ci trovavamo. La donna raffigurata aveva uno sguardo che tutti associamo d’istinto alla belle époque: le palpebre calate quasi a metà, sotto le quali ci spiano i grandi e misteriosi occhi. E tutto il suo corpo comunica quello speciale languore che i nostri nonni consideravano il segno di una pericolosa lascivia. Il medico mi spiegò che quella donna era affetta da un’anomalia poco nota, ma piuttosto comune. La chiamò miastenia, ma è chiaro che non si riferiva alla terribile malattia invalidante che è nota come miastenia gravis. Si trattava piuttosto di una caratteristica congenita niente affatto pericolosa, collegata, sempre secondo il medico, alla mancanza di non so quale sostanza o enzima, a causa della quale i muscoli non compiono fino in fondo la contrazione comandata dagli stimoli neuronali. Poiché sembra che le persone affette da questa anomalia non soffrano di una particolare debolezza o incapacità a compiere certe prestazioni fisiche, le conseguenze si possono considerare, apparentemente, solo estetiche. Il medico mi fece anche notare la bocca della donna di Klimt, aggiungendo che una miastenica si riconosce anche dal sorriso, perché quando sorride o ride gli angoli della bocca non vanno all’insù, ma lateralmente. Ricordo che a quel punto, cominciando a ricercare nella mia mente il ricordo di miasteniche in carne ed ossa che potevo aver conosciute, gli chiesi se non c’era un qualche rapporto con la tiroide. «Sì», rispose, «ma non sappiamo perché». La domanda era giustificata dal fatto che molte delle donne che mi venivano in mente avevano gli occhi un poco sporgenti. Con questo, a pensarci, il quadro belle époque è completo: basta riandare agli occhi sporgenti della Odette di Proust, un particolare che estrapolato dal languido insieme mi era sempre sembrato un po’ disturbante.
Non avendo più rivisto quel medico, non so se oggi si sappia qualcosa di più su questa curiosa caratteristica somatica. Da allora, però, non ho potuto fare a meno di notare il comportamento e i tratti comuni alle persone miasteniche (non ricordo quasi nessun uomo, ma non saprei dire se è perché ce ne sono di meno o perché sono fatalmente più interessato alle donne). Visto che mi occupo di recitazione, era ovvio che cercassi un possibile rapporto con le prestazioni attoriali. È chiaro che le mie osservazioni e gli esempi che riporto di seguito non sono scientifici; tuttavia possono fornire una traccia per l’esplorazione del misterioso territorio del talento.1
Mi sono convinto che l’esempio più illustre di miastenia attoriale – se mi si passa il termine – è talmente illustre che l’intera faccenda meritava una riflessione: Eleonora Duse. La Duse era ammirata, più che per la bellezza, per la straordinaria sensibilità, e per quella sorta di trasparenza che permetteva ad ogni più piccolo moto interiore di diffondersi magicamente nella sua presenza e nei suoi minimi gesti. C’era forse un rapporto tra il suo talento e quelle infinitesimali frazioni di contrazione muscolare mancate?
Il secondo esempio costituisce il suggello definitivo del modello di fascino (perverso) destinato a durare almeno fino alla fine degli anni Trenta: Greta Garbo. Sul suo talento di attrice credo che le opinioni siano discordanti, ma io appartengo alla schiera dei favorevoli. In anni più recenti, le più solide attrici del grande schermo appartenenti a questa sfuggente categoria mi sembrano Faye Dunaway e Susan Sarandon. Qui non ci sono più né D’annunzio né Proust, e il rapporto fra talento e caratteri psicosomatici può essere studiato, per così dire, allo stato puro.
In effetti, per esperienza personale posso testimoniare che il fascino di un’attrice miastenica quando attraversa la scena non ha necessariamente a che fare con l’erotismo: essa è semplicemente interessante, trasmette la sensazione che molte cose possano accadere, e che lei sia in comunicazione con tutto ciò che la circonda. Non voglio dire che questo accade solo alle miasteniche o ai miastenici, né che questa caratteristica spingerà necessariamente verso la carriera d’attore. Ma mi sembra di aver individuato una maggiore facilità nell’espressione delle proprie reazioni, e nel mantenere il contatto tra la propria presenza e tutto ciò che fa parte della scena.
Oggi le due miasteniche cinematografiche di maggior successo, per quanto affascinanti, non possiedono la bellezza esplosiva di molte colleghe. Si tratta di Helen Hunt e di Julianne Moore. Mi pare che il loro talento sia generalmente riconosciuto, tanto da aver garantito loro l’accesso a quell’empireo un po’ pericoloso abitato dagli autentici virtuosi dell’arte della recitazione cinematografica. Sulla Hunt, giustamente premiata con l’Oscar per Qualcosa è cambiato, ho qualche riserva che riguarda la continuità della performance, cioè lo sfruttamento integrale e costante delle proprie doti, che però mi sembrano notevolissime. Tanto per sintetizzare, mi viene da dire che la Hunt è una miastenica che si vergogna di esserlo: nascondendosi dietro la nevrosi del personaggio, a volte nega la facilità di risposta che avrebbe naturalmente verso il partner; ecco che nascono allora tutti quei sorrisini tirati e quegli aggrottamenti della fronte che mascherano il suo sorriso laterale e la sua recettività.2 I registi bravi lo sanno; guardate la sua ultima scena nel Dottor T e le donne di Altman: nonostante sia una scena imbarazzante in cui il personaggio deve tenere un’aria di circostanza, simili tic sono del tutto assenti. Tanto per dire che se tutti gli attori vogliono lavorare con Altman anche a prezzi stracciati qualche motivo ci dev’essere.
Julianne Moore a vergognarsi non ci pensa proprio. Il suo sorriso laterale è quasi una smorfia cavallina. L’ambiguità fra pianto e riso, che i grandi attori sfruttano spesso nei momenti di maggior spessore drammatico, in lei è dichiarata a priori. È chiaro che la Moore non se ne preoccupa, e indubbiamente è proprio questo che accresce il suo fascino femminile. Ma il tema della miastenia e quello della consapevolezza e dell’accettazione, da parte dell’attore, delle proprie caratteristiche psicofisiche, ci conducono ad un paradosso che l’arte di Julianne Moore illustra perfettamente: la sicurezza e consapevolezza di sé dell’attore servono proprio alla sua vulnerabilità scenica. Accettare la propria immagine corporea significa essere disposti a metterla in gioco, per essere colpiti da stimoli reali ai quali reagire in tempo reale, secondo una trama delicatissima e stratificata fatta di percezione/reazione. Non è un caso che la Moore si sia rivelata col suo primo ruolo importante in un film basato su un dramma di Cechov. Vanya nella 42ma strada, in cui Louis Malle documenta una prova filata dello spettacolo teatrale di André Gregory, è un catalogo di finezze interpretative, e anche un atto di fede nel valore comunicativo della sensibilità scenica ai rapporti.





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