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Lettera aperta (to whom it may concern) sul perché di Biagi e Santoro si parla tanto e della fiction abbandonata a sè stessa no
Claudio Biondi




Caro lettore (uomo politico o concittadino che tu sia),
le recenti vicissitudini della Rai, con annesso balletto di dichiarazioni e sentenze di varie Corti, hanno avuto almeno il merito di rendere chiaro e lampante quanto sospettavamo da tempo: agli italiani in genere, e ai politici in particolare, della cosiddetta fiction, ossia di quel fenomeno di narrativa audiovisiva che distingue l’epoca in cui viviamo, non gliene può importare di meno!
D’altra parte, perché preoccuparsi – oggi – della narrativa audiovisiva quando non ci si è preoccupati – ieri – di quella letteraria? Un popolo di cattivi lettori può mai diventare, d’incanto, un popolo di buoni spettatori? L’istinto, il bisogno di narrativa (sia essa resa a voce, scritta, cinematografata) fa parte della ricerca della propria identità culturale a sua volta intimamente connessa ai valori comuni di una collettività e sappiamo che gli italiani, in quanto a collettività e valori ad essa collegati, non brillano di luce particolare.
Di indizi che giustificavano il sospetto ce n’erano tanti: mancato sviluppo di una vera narrativa popolare; guazzabuglio legislativo delle norme del settore; assetti del sistema audiovisivo; demonizzazione acritica della Tv; sfascio funzionale del cinema, ma erano, appunto, soltanto indizi. Adesso, invece (ma verrebbe da dire: finalmente), abbiamo l’unanimità! Destra e sinistra, gaudenti e benpensanti, maschi e femmine, cattolici e liberi pensatori, giuristi e magliari del pensiero tutti d’accordo nel vedere in Biagi e Santoro il destino della tv.
Intendiamoci: anche a noi interessa moltissimo che Biagi e Santoro tornino a informarci e a farci discutere, e ci interessa in quanto spettatori di una tv che vorremmo quanto meno conformista e banale possibile, ma il nostro è un interesse all’interno di quello più vasto che nutriamo per il fenomeno audiovisivo che ci sforziamo di analizzare e che, essendo complesso, può essere considerato attraverso svariate lenti che, inforcate di volta in volta da chi lo considera come funzione sociale o attività economica, diritto personale o bene collettivo, indice di costume o mezzo d’espressione estetica, possono determinare, di volta in volta, prospettive e analisi diverse tra loro. Così, il moralista può trovare scandaloso che un presentatore percepisca centomila euro a puntata; l’esteta può concionare sulla differenza dell’uso del primo piano tra cinema e tv; l’oppositore può lamentarsi del mancato accesso e così via.
Tutto ciò è legittimo e naturale, ma c’entra poco o nulla con l’analisi dell’audiovisivo e con le soluzioni ai vari problemi che esso presenta. Che sono – insieme – di ordine estetico, economico, socio-politico e tecnologico e che vanno considerati in maniera diversa se attinenti ai tre principali settori in cui possono distinguersi: in-formazione, in-trattenimento, narrativa.2
Purtroppo un fenomeno non appare, fin da subito, chiaramente in tutta la sua complessità e raramente la diversità delle lenti analitiche viene percepita nei giusti limiti d’applicazione. Diventa quindi quasi naturale l’errore che ha funestato l’interpretazione di qualsiasi innovazione tecnologica consistente nel non comprendere tempestivamente le diverse possibilità espressive che essa consentiva. È successo con la stampa, con la fotografia, con il cinema, con la radio, con la televisione e succede ancor oggi con Internet e con i sistemi digitali.





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